La ricorrenza

Enrico Cerchione

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Ci sono date che non appartengono a un solo Paese. L’11 settembre 2001, il 24 febbraio 2022 e il 7 ottobre 2023 non sono soltanto ferite nazionali di Stati Uniti, Ucraina e Israele. Sono cesure della stessa storia: quella delle società aperte attaccate da poteri e ideologie che non sopportano un mondo in cui la vita individuale, la libertà e il dissenso ne siano i fondamenti. Le analogie non sono solo emotive, sono politiche.

Stati Uniti, Israele e Ucraina, ciascuno a modo suo, incarnano ciò che i nemici dell’Occidente considerano intollerabile: democrazie, anche imperfette, che non si lasciano assoggettare. L’America come potenza liberale e simbolo di mobilità sociale che premia l’individuo e le sue capacità. Israele come unico Stato ebraico e democrazia in un mare di autarchie. L’Ucraina come Paese che ha scelto l’Europa e la regola della legge contro l’impero del sospetto e della forza. Un giorno, se Pechino decidesse di chiudere con la violenza la questione di Taiwan, avremmo una quarta data dello stesso tipo: l’attacco a una società aperta, tecnologicamente avanzata, che non intende entrare nel recinto di un partito-Stato Comunista. Questi Paesi sono simboli perché mettono al centro ciò che i loro aggressori disprezzano: la vita non sacrificabile a un’idea, la donna non velata da un decreto, l’oppositore non sepolto in un carcere, l’informazione non ridotta a propaganda. Per questo vengono colpiti. Non nonostante i loro valori, ma a causa di essi. Gli aggressori non sono intercambiabili nei dettagli (jihadismo, putinismo, autoritarismo cinese) ma condividono una grammatica. Il disprezzo per la vita umana quando questa pretenda di appartenere a sé stessa. Il nichilismo mascherato da redenzione: califfato, “mondo russo”, armonia socialista, ciascuno con il proprio vocabolario e lo stesso esito. Dove vincono, spariscono le urne vere, i pride, i giornali liberi, i corpi dei dissidenti. Dove perdono, restano le macerie e la menzogna sul chi ha cominciato.