Se il Novecento è stato il secolo delle grandi guerre convenzionali, combattute lungo fronti ben definiti e finalizzate all’occupazione di territori, il XXI secolo si è aperto con nuove forme di conflitto, ibride e asimmetriche. La guerra non conosce più confini geografici né tempi definiti: può manifestarsi ovunque e in qualsiasi momento. L’analisi di Giovanni Castellaneta, già ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti

Se c’è una data in cui ognuno di noi ricorda perfettamente dove si trovasse o cosa stesse facendo, quella è sicuramente l’11 settembre 2001. Quel pomeriggio passeggiavo nei pressi del Parlamento – all’epoca ero il consigliere diplomatico del presidente Berlusconi a Palazzo Chigi – quando iniziarono ad arrivare le prime notizie dagli Stati Uniti. Come tutti, anch’io e i miei collaboratori faticavamo a comprendere la portata di quanto stava accadendo. In poche ore divenne chiaro che non ci trovavamo di fronte né a un incidente né a un attentato come altri, ma a un evento destinato a segnare una frattura nella storia contemporanea.

Per la prima volta gli Stati Uniti venivano colpiti nel cuore del proprio territorio da un’organizzazione terroristica capace di attaccare simultaneamente i principali simboli del potere americano: quello economico, con le Torri gemelle di New York; quello militare, con il Pentagono; e quello politico-istituzionale, verso cui era diretto il quarto aereo precipitato in Pennsylvania. In quelle ore drammatiche del settembre 2001, una delle principali preoccupazioni riguardava proprio la possibilità che attentati analoghi potessero verificarsi anche in Europa. L’Italia, per la sua collocazione geopolitica, la presenza di basi militari alleate e il suo valore simbolico quale centro della cristianità, appariva un possibile obiettivo. Furono immediatamente rafforzate le misure di sicurezza, non soltanto sul piano militare, ma anche nella protezione delle infrastrutture strategiche e nella prevenzione di possibili minacce di natura sanitaria o terroristica.