Venticinque anni dopo sappiamo cosa siamo diventati ma fatichiamo ad ammetterlo e per uno strano gioco di equilibri abbiamo scelto di invertire le colpe: l’ideologia degli aggressori la si processa sempre meno, l’ideologia degli aggrediti la si processa sempre di più. Venticinque anni dopo l’attentato alle Torri gemelle, le opinioni pubbliche occidentali si ritrovano a dover governare un tarlo molto pericoloso, a causa del quale ciò che il jihadismo colpì l’11 settembre – la società aperta con la sua idea di libertà – è diventato, con mezzi diversi, il bersaglio di un pezzo dell’occidente. Venticinque anni dopo l’attacco alle Torri gemelle, sul banco degli imputati delle opinioni pubbliche internazionali è più facile trovare l’occidente, che in questi venticinque anni ha imparato a difendersi, che coloro che venticinque anni fa colpirono al cuore uno dei simboli dell’occidente, con la sua idea di libertà. E non è un caso che venticinque anni dopo, nella nostra retina, oltre agli aerei che abbatterono due grattacieli, con quasi tremila morti al seguito, ciascuno di noi ha molte altre immagini. I soliti ridicoli complotti, le solite verità nascoste, i soliti che sapevano e che non hanno agito e poi le guerre “sbagliate” dell’occidente, l’Afghanistan, l’Iraq, la democrazia esportata, il neocolonialismo, gli errori e gli orrori commessi dalle democrazie che si difendono, che quando si difendono sbagliano sempre, sia quando si difendono con le armi, sia quando si difendono con le leggi, sia quando si difendono ampliando il raggio d’azione delle forze di sicurezza. L’occidente colpito con attentati suicidi l’11 settembre di venticinque anni fa è stato messo sotto processo dallo stesso occidente che ha scelto via via di mettere in secondo piano le radici ideologiche dell’attacco, dove per radici ideologiche si intende l’islamismo radicale, e ha scelto di puntare i riflettori sulle libertà che l’occidente avrebbe violato nel difendere la sua libertà.Kamel Daoud, commentatore irriverente, ha scritto pochi giorni fa sul Point che venticinque anni dopo l’11 settembre non viene più cancellato attraverso il complottismo, ma viene cancellato attraverso il rovesciamento delle responsabilità. I fatti non vengono negati. Si sa che al Qaida dirottò gli aerei, che colpì le Torri gemelle e che uccise migliaia di persone. Ma, secondo Daoud, col tempo si è fatta strada una narrazione in cui gli attentatori vengono considerati sempre meno come aggressori e sempre più come il prodotto delle colpe dell’America, delle guerre occidentali, del rapporto con il mondo musulmano. E il rischio che si indovina oggi nell’osservare con occhio critico l’eredità dei venticinque anni di lotta contro il jihadismo islamico è evidente, dice Daoud: se l’occidente viene trasformato nella causa originaria di tutto, il terrorismo rischia di diventare una reazione, una vendetta, quasi una risposta comprensibile a un’ingiustizia precedente. E per quanto possa essere commemorata quella data, il rischio è che l’11 settembre venga dimenticato non perché non se ne parli più, ma perché si smetta di ricordare con chiarezza quale fu l’ideologia che armò quegli attentati.Dall’11 settembre del 2001 l’occidente libero vive in una condizione non troppo diversa da quella in cui si trova Israele da decenni – il jihadismo resta la principale minaccia terroristica nell’Ue: nel 2025 ha rappresentato 24 dei 45 attentati compiuti, falliti o sventati, 347 dei 486 arresti e cinque delle sei vittime provocate dal terrorismo – ma cerca in tutti i modi di dimenticarlo, guidato dal senso di colpa. Tamir Hayman è il direttore esecutivo dell’Institute for National Security Studies in Israele e pochi giorni fa ha contribuito a un dossier organizzato dal Council on Foreign Relations sui venticinque anni dall’11 settembre. Hayman non si limita a creare una simmetria tra Israele e il resto dell’occidente, sul dopo 11 settembre, sul modo in cui il jihad globale ha obbligato le democrazie liberali a ripensare la protezione dei cittadini, con i nuovi controlli alle frontiere, il coordinamento delle intelligence, i controlli biometrici, la cooperazione internazionale, le capacità di intelligence cyber, ragione per cui oggi buona parte dei paesi europei che demonizza Israele per proteggere la sua libertà attinge alla tecnologia israeliana (Frontex, per dire, usa nel Mediterraneo i droni israeliani Maritime Heron di Israel Aerospace Industries per la sorveglianza marittima). Ma fa un passo in più e ricorda, a proposito di rovesciamento delle colpe, che i venticinque anni dall’11 settembre sono lì a ricordarci che le democrazie tendono spesso a rimuovere la dimensione ideologica della minaccia e, così facendo, finiscono per sottovalutare ciò che muove chi minaccia la nostra libertà.Venticinque anni dopo sappiamo cosa siamo diventati ma fatichiamo ad ammetterlo. E il paradosso di fronte al quale si trova il modello di società aperta che venne messo nel mirino degli attentatori venticinque anni fa, un mix di libertà individuali, di libertà economiche, di libertà democratiche, di libertà di circolazione, di libertà nella ricerca del benessere attraverso le leve del capitalismo, è che esso continua a essere considerato come un bersaglio da colpire da parte dei jihadisti ma ha iniziato a essere trasformato in un bersaglio da colpire anche da parte di chi venticinque anni dopo dovrebbe avere chiaro che l’occidente non lo si protegge solo controllando gli aerei: lo si protegge con cura, con amore, con attenzione, prendendo sul serio la minaccia rappresentata da chi lo vuole distruggere da fuori e da chi, oggi, drammaticamente, lo vuole indebolire da dentro.