68 sì, 99 no. Il Senato respinge la proposta che avrebbe eliminato i capilista bloccati e aperto il voto di preferenza a tutti i candidati. Dai banchi delle opposizioni si alzano proteste, mentre il governo, evitando di dettare una linea, lascia che sia l’Aula ad assumersi interamente la responsabilità della scelta.
Il voto che delimita il terreno della riforma
Il sub-emendamento respinto era sottoscritto da Dario Parrini, Andrea Giorgis, Alessandro Alfieri, Valeria Valente, Enrico Borghi Meloni, Nicola Irto e Daniele Manca. Interveniva sull’emendamento presentato dalla maggioranza, con l’obiettivo di sostituire il modello dei capilista sottratti alla competizione con un sistema nel quale l’elettore avrebbe potuto indicare fino a due candidati, purché di sesso diverso.
La formulazione depositata prevedeva una scheda con il contrassegno della lista e due righe destinate alle eventuali preferenze. Se l’elettore avesse scritto il nome di un candidato senza tracciare un segno sul simbolo, il voto sarebbe stato comunque attribuito alla lista corrispondente, a condizione che il candidato indicato ne facesse parte. La seconda preferenza, per essere valida, avrebbe dovuto riguardare una persona di sesso diverso dalla prima. Il meccanismo proposto mirava dunque a eliminare la distinzione tra candidati automaticamente collocati in testa e candidati costretti a conquistare il seggio attraverso il consenso individuale.













