Stavo andando in ufficio, camminando sulla Sesta Avenue verso nord. Furono le facce delle persone che mi venivano incontro, da nord a sud, che mi fecero capire che qualcosa di terribile stava succedendo alle mie spalle. Si contorcono tutte insieme, di colpo, in una smorfia di orrore. È una foto indelebilmente scolpita nella mia memoria. Mi volto anch'io e laggiù, contro il cielo di un blu quasi irreale, una grande nuvola di fumo nero avvolge la Torre Nord. Ricordo l'improvviso silenzio. E poi l'esplosione di grida. Corro in redazione. L'ufficio del Messaggero è vicino, sulla 55esima Strada. Il mio collega Stefano Trincia è già attaccato al telefono con il giornale, tutti i televisori sono accesi e stanno ipotizzando che ci sia trattato di una ripetizione dell'incidente del 1945, quando un bombardiere andò a sbattere contro l'Empire State Building. Siamo in quella breve parentesi in cui possiamo ancora credere a una tragica fatalità.

I bersagli Poi arriva il secondo aereo. E capiamo che è un attacco. Diciannove dirottatori di al Qaeda hanno preso il controllo di quattro voli commerciali trasformandoli in bombe tattiche. I bersagli non sono solo i simboli del potere economico di Manhattan, ma il cuore stesso dell'America: il Pentagono a Washington e, con ogni probabilità, il Campidoglio, verso cui era diretto il quarto aereo precipitato nei campi della Pennsylvania grazie all'eroica ribellione dei passeggeri. Prima che saltino le linee telefoniche riesco a chiamare i miei genitori, a Firenze. Mi rispondono incoraggiandomi, ma sento il pianto sommesso di mia madre, che bisbiglia: «È la guerra». E poi i crolli. Siamo in piedi, io e Stefano, immobili. C'è gente che sta morendo in questo momento, sotto i nostri occhi. Forse amici, di certo conoscenti. Stanno morendo in un modo terribile, e nessuno può far nulla. Il bilancio sarà devastante: quasi tremila vittime tra i crolli delle Torri, l'impatto al Pentagono e i passeggeri degli aerei. Eppure, in mezzo a quel massacro, si è compiuto anche un miracolo: oltre cinquantamila persone sono riuscite a fuggire in tempo, portate in salvo da un'evacuazione titanica e dall'eroismo di vigili del fuoco, poliziotti e soccorritori che salivano mentre gli altri scendevano.Scriviamo al volo i primi pezzi, poi saliamo sull'auto di Stefano, sentendoci già orfani. Le Torri Gemelle erano la stella polare che ci diceva a colpo d'occhio dov'era il Sud. Senza quel riferimento all'orizzonte è come muoversi in una città che ha smarrito i suoi punti cardinali. Miracolosamente ci fanno arrivare molto vicino. Non è ancora stata organizzata la cintura di sicurezza con i controlli strettissimi. Sembra di camminare dentro un incubo senza trama. Polvere e detriti ovunque, migliaia di fogli di carta, scarpe, pezzi di vetro, plastiche contorte, stracci di vestiti, fumo, e quell'odore: un misto di bruciato, metallo e acido che si ferma in gola come qualcosa di solido. Solo anni dopo ci avrebbero detto la verità su quel fumo tossico: una miscela micidiale di amianto, piombo e diossine che si stava infiltrando nei polmoni dei soccorritori. Quegli stessi responders che avevano scavato tra le macerie avrebbero poi lottato negli anni successivi contro il cancro e altre patologie croniche. Le altre vittime dell'undici settembre, quelle morte dopo, nelle corsie degli ospedali.Sono i giorni della solidarietà. C'è sgomento ma anche voglia di stare insieme, di fare del bene. La gente fa la fila per offrire il sangue, si ferma alle caserme dei vigili del fuoco che hanno subito perdite durissime solo per dire grazie. Vedo alcuni di questi omoni sciogliersi in pianto quando qualcuno li abbraccia. Passo all'Armory, dove riposano i soccorritori, e dove centinaia di disperati si soffermano alla ricerca di parenti dispersi. Sui pali della luce, sulle lavagne, sui muri, innumerevoli fotografie scattate in momenti felici rimandano volti sorridenti, irreali nel dolore che ci circonda. Volontari portano roba da mangiare, leccornie che dovrebbero rallegrare. Portano i loro cani, perché con quelle code scodinzolanti diano un po' di coraggio. C'è anche un pappagallo: «Chiudi la porta, fa freddo», ripete ottusamente, riuscendo a strappare qualche sorriso fragile.La vendetta E arrivano i giorni della politica. C'è un via vai di primi ministri, presidenti e personalità da tutto il mondo che vengono a dire a George Bush che la ferita all'America è una ferita per l'umanità intera. Passo giorni a Washington, a seguire notabili di ogni angolo del pianeta, ad ascoltare discorsi in tutte le lingue, spesso elegiaci e commoventi. Ma intanto si prepara la risposta militare. Non è più il momento della solidarietà. Sta arrivando il momento della vendetta, delle guerre, delle leggi speciali. Fra poco cominceremo a contare altri morti e a rinunciare poco per volta ad alcune delle nostre libertà in nome della guerra al terrorismo.