Nelle ultime pagine di Molto forte, incredibilmente vicino, il romanzo di Jonathan Safran Foer sull’11 settembre - uno dei primissimi libri ad affrontare il dolore atroce di New York, una città disorientata -, c’è una sequenza di immagini che sfogliate velocemente danno l’illusione di un uomo che sale verso l’alto: non è più l’uomo che cade dalle torri verso la morte, falling man, ma una figura che sembra tornare al sicuro, alla vita. Il tempo che si riavvolge. In occasione del 25° anniversario dell’attentato terroristico al World Trade Center, abbiamo ripercorso quel giorno drammatico e le sue conseguenze con lo scrittore che di New York è riuscito a cogliere l’anima. Jonathan Safran Foer, com’è cambiata l’America dopo l’attentato terroristico alle Torri Gemelle?«Non abbiamo un'altra America con cui azzardare un confronto. La mia impressione è che molte cose che consideriamo malattie dell'America, o del mondo, siano in realtà sintomi di un male più profondo. Che si parli dell'11 settembre o dell'ascesa dell'estrema destra in America e in Europa, siamo di fronte a una risposta a una sorta di disintegrazione della civiltà. Abbiamo perso la capacità di immedesimarci negli altri. Penso che questo dipenda in larga misura da cambiamenti istituzionali in corso già da prima dell'11 settembre 2001. Penso, per esempio, ai cambiamenti tecnologici, al modo in cui oggi Amazon svuota le città: qualsiasi cosa vogliamo ci viene consegnata sulla soglia di casa. Può sembrare che tutto questo non abbia nulla a che fare con l'11 settembre. Ma se guardiamo al modo in cui l'America si comporta con Canada e Messico o con l'Europa, è come se gli americani abbiano dimenticato come si fa ad essere buoni vicini. Nei mesi successivi all'11 settembre sembrò addirittura che quel tragico evento potesse produrre l'effetto opposto. Si creò una straordinaria ondata di empatia, di solidarietà, di senso di comunità. Lo sentivi in metropolitana, per strada. Improvvisamente scambiavi un sorriso o qualche parola con persone con cui non avresti mai parlato. Ma non durò. Ci siamo ritirati nei nostri computer, nei nostri telefoni. Ciò che ha prodotto l'11 settembre era nell'aria già da tempo e ha assunto molte forme diverse. Ed è un errore considerare l'11 settembre soltanto come uno scontro tra il mondo dell'Islam radicale e l'Occidente contemporaneo». In questi 25 anni l’America ha avuto anche due presidenti democratici, che sono rimasti alla Casa Bianca per tre mandati. Non è bastato a fermare la spinta isolazionista?«In America esiste una tensione profonda tra libertà individuale e responsabilità nei confronti della comunità e il suo opposto. Non mi sorprenderebbe se il nostro prossimo presidente fosse un socialista democratico. L'America sa cambiare molto rapidamente. Mi sembra che ci stiamo avvicinando a quel momento. Gli indici di approvazione di Trump sono molto bassi. Sembra che il Paese si sia risvegliato dall’incubo». Quale fu la risposta di New York all’11 settembre?«New York è un luogo meraviglioso. Per molti versi rappresenta il meglio dell'America. La metropolitana di New York è probabilmente il più grande esempio di successo multiculturale nella storia dell'umanità. Ogni vagone è una sorta di concentrato di tutto ciò che il mondo ha da offrire. E funziona. New York ha dimostrato che il multiculturalismo non è mai stato un problema. Ciò che affligge New York è il denaro. Se qualcosa finirà per distruggere la città, sarà il suo successo finanziario». Al centro di «Molto forte, incredibilmente vicino» c’è la domanda sul perché non ci sentiamo più al sicuro. Nel 2005, quando uscì il libro, aveva un significato diverso da quello che ha oggi. Ha trovato una risposta?«Ci sono molti modi per rispondere. Uno è che in realtà siamo al sicuro. La vita quotidiana in America è incredibilmente sicura. Ma c’è qualcuno che ha tutto l'interesse per farci credere il contrario, per esempio la politica. I media e le piattaforme social monetizzano la nostra paura, la nostra ansia e il nostro stato di allerta, e questo incoraggia ogni genere di cattiva abitudine, sia nei rapporti tra le persone sia nelle politiche che un Paese finisce per adottare. Un altro modo di guardare alla realtà è pensare che forse non siamo mai stati così al sicuro come credevamo. Non parlo di danni fisici o di morti. Ma se guardiamo a ciò che Facebook, Twitter o Instagram hanno fatto agli adolescenti — penso ai tassi di suicidio e ai livelli d’ansia — siamo di fronte a qualcosa che assomiglia a una pestilenza. Per quanto riguarda l'impatto sulla qualità della vita, è peggio di qualsiasi attentato terroristico. Io non sono mai stato coinvolto direttamente in un attentato terroristico ed è estremamente improbabile che mi accada. Ma ogni giorno sono esposto ai meccanismi delle grandi aziende tecnologiche, così come lo sono i miei figli. L'Islam radicale è una minaccia per il mondo? Sì. Ma lo sono anche l'ebraismo radicale e il cristianesimo radicale. Sono minacce più immediate delle nostre abitudini quotidiane? Non credo». Tutti sappiamo che cosa stavamo facendo l’11 settembre 2001. Lei dov'era? «Ero a New York, nel Queens, dove allora vivevo. Ero appena tornato dalla Spagna. L'anno precedente avevo venduto il mio primo libro, Ogni cosa è illuminata. Con i soldi guadagnati andai in Spagna e ci rimasi sei mesi. Tornai il 7 o l'8 settembre 2001. Ero felice di tornare, amavo l'America, amavo New York. La mattina dell’11 settembre ero nel mio appartamento e dalla finestra potevo vedere il fumo salire dalle Torri Gemelle. Ho trascorso l'intera giornata davanti alla televisione, esattamente come tutti noi. Per certi versi, fu il primo evento globale. È diverso dagli attentati nella metropolitana di Londra o dagli attacchi di Parigi. Quello che stava accadendo era visibile a tutti, in diretta. Ciò che vedevo io poteva essere visto nello stesso momento anche in Italia o in Australia». Quando riuscì a rimettere piedi fuori di casa?«Andai a downtown il giorno dopo. Non si poteva scendere sotto Canal Street. Camminai per la città, la polvere ricopriva ogni cosa. Era spaventoso, triste. Ma più di ogni altra cosa era disorientante. Tra il momento in cui il primo aereo colpì una delle torri e il momento in cui arrivò il secondo, nessuno capì davvero che cosa stesse accadendo. Poi si schiantò il secondo aereo e fu chiaro a tutti che non poteva trattarsi di un incidente. Ma quella sensazione di confusione durò a lungo. Settimane, forse mesi, forse anni. Quella sensazione di estraneità, di alienazione dalla realtà, fu una parte importante dell'esperienza dell'11 settembre». L’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, ha detto che Mamdani non dovrebbe partecipare alle commemorazioni dell'11 settembre. Che cosa ne pensa?«Penso che sia assurdo, razzista. Si può essere in disaccordo con Mamdani su moltissime questioni, così come si può essere in disaccordo con qualunque politico. Ma non metto in dubbio la sua empatia o il suo dolore per l’11 settembre. Credo che Giuliani abbia smarrito il buon senso. È stato un grande sindaco per la città durante l'11 settembre. Fece un lavoro straordinario». Come giudica questo primo anno di Mamdani sindaco di New York?«A essere del tutto sincero, non lo so. Le sue decisioni non incidono direttamente sulla mia vita. Posso solo dire che dalla mia posizione e con la distanza da cui lo osservo, mi sembra finora un ottimo sindaco». L’America è di nuovo ferma nel pantano mediorientale, così come successe negli anni successivi all’11 settembre, con l'invasione dell'Iraq. Non è bastata quella lezione?«Chiaramente no. Anche se non so quale sia, esattamente, la lezione da imparare. Forse che imporre la democrazia con la forza all'interno di un altro Paese non funziona». Che cosa provava mentre scriveva «Molto forte, incredibilmente vicino»?«Quando scrissi la prima versione del romanzo l'11 settembre non compariva affatto. La feci leggere a mio fratello minore, che è sempre stato il mio primo critico. Mi disse: “Il tuo protagonista è un ragazzino. Suo padre è morto per una causa che sembra tragica o misteriosa. Lui ha paura dell'altezza e un'immaginazione molto vivace. Non stai in realtà scrivendo un romanzo sull'11 settembre?”. Il mio primo istinto fu quello di respingere l'idea. Poi mi resi conto che aveva ragione. A quel punto dovetti decidere: volevo sfruttare quella consapevolezza oppure reprimerla? E decisi di provare a seguirla». Si avvicinano le elezioni di midterm: l’America, come diceva lei, è pronta a cambiare strada? «Non ho molta speranza finché non avremo un nuovo presidente. Gli elettori manderanno un segnale, senza dubbio, ma il problema rimane l’inquilino della Casa Bianca».
Safran Foer e l'11 settembre: «Gli Stati Uniti non sono più un buon vicino di casa. L'ondata di solidarietà non durò, ci siamo ritirati nei nostri telefoni»
Lo scrittore americano, autore di «Molto forte, incredibilmente vicino» (Guanda), uno dei primissimi romanzi sugli attentati dell'11 settembre: «New York è un luogo meraviglioso, ma abbiamo perso l'empatia e la solidarietà verso gli altri»













