25 anni dopo

Ottavia Munari

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«Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità». Con queste parole lo scrittore Don DeLillo, nel suo “The falling man”, ha descritto il dramma dell’11 settembre 2001. Oggi ricorre l’anniversario di quell’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono che ha segnato in modo indelebile il nostro mondo libero. Eppure, 25 anni dopo, assistiamo a un ricordo scalfito da reinterpretazioni e inopportune decontestualizzazioni.

Il significato di ciò che l’11 settembre è stato rischia di passare in secondo piano, perché non sono pochi i tentativi di spostare il focus e guardare più al dito che alla luna. Il sindaco di New York Zohran Madmani, alla viglia dell’anniversario, ha desecretato i rapporti sulla qualità dell’aria a Manhattan dopo il crollo delle Torri. 170mila pagine che, secondo la sua Amministrazione, dimostrano come le autorità di allora fossero a conoscenza della tossicità dell’atmosfera e dell’amianto “ovunque” nei pressi di Ground Zero. Chiaramente nessuno nega la tragedia degli oltre 600 vigili del Fire Department of New York intervenuti e morti negli anni successivi per complicazioni sanitarie legate all’attentato, o le oltre 57mila certificazioni per tumore di chi viveva nell’area del disastro. A far discutere è il tempismo, l’uso strumentale di quanto accaduto. «Si sono ammalati perché hanno creduto a quello che le autorità dicevano», ha affermato Mamdani. È una tecnica sottile, la sua, che mira a spostare l’attenzione dal punto centrale, a ridimensionare il nocciolo e tracciare altre simmetrie.