Nelle ultime pagine di Molto forte, incredibilmente vicino (Guanda, 2005), Jonathan Safran Foer rovescia una delle immagini dell’11 settembre. Sfogliate rapidamente, le fotografie di un uomo che precipita dalla Torre Nord del World Trade Center lo fanno risalire, fino a restituirlo all’edificio e alla vita. È forse la dichiarazione più onesta che la letteratura abbia formulato su quella giornata: un libro non può cambiare ciò che è accaduto, ma può mostrarcelo da un altro punto di vista.

D’altronde, quando gli scrittori cominciarono a misurarsi con l’attentato alle Torri Gemelle, l’evento possedeva già la propria iconografia: gli aerei, il fuoco, le sagome alle finestre, il crollo, la nube che inseguiva i passanti per le strade di Manhattan. Foer, che quella mattina vide dalla finestra del suo appartamento nel Queens il fumo salire dalle Torri, lo definisce, per certi versi, il primo evento globale. “È diverso dagli attentati nella metropolitana di Londra o dagli attacchi di Parigi. Quello che stava accadendo era visibile a tutti, in diretta. Ciò che vedevo io poteva essere visto nello stesso momento anche in Italia o in Australia”, racconta al Corriere della Sera. Prima ancora che arrivassero i libri, la diretta aveva fissato il modo in cui l’attentato sarebbe stato ricordato. In quelle immagini, però, non c’erano né il prima né il dopo. I romanzi cominciarono da lì: da una stanza, da un oggetto, da una voce, da ciò che nessuna telecamera aveva registrato.