Dodici Paesi guidati da Regno Unito, Francia e Canada bloccano l’importazione di prodotti dalle colonie illegali in Cisgiordania, scatenando la dura reazione di Tel Aviv; l’Italia invece si sfila invocando la decisione dell’UE, un passaggio paralizzato dal suo stesso veto e attaccato dalle opposizioni, che definiscono il governo un “osservatore silenzioso” chiedendogli di “recuperare un briciolo di dignità”.

Un blocco di dodici Paesi guidato da Gran Bretagna, Francia e Canada ha sottoscritto un impegno congiunto per congelare l'importazione e la vendita dei beni prodotti nelle colonie israeliane illegali della Cisgiordania occupata. Al nucleo dei promotori si sono uniti altri nove Stati: Spagna, Irlanda, Polonia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Portogallo e Islanda.

La dichiarazione mette nero su bianco la realtà sul campo: i nuovi cantieri nell'area E1 e l'espansione incessante dei blocchi abitativi non sono che l'ennesimo sequestro di terra palestinese e la cacciata programmata di chi la abita. A convincere i governi a spezzare il filo degli affari non è stata la diplomazia delle cancellerie, ma la crudezza dei fatti: l'ondata di raid dei coloni contro i villaggi, le case e gli uliveti bruciati, e la strategia deliberata di rendere la vita impossibile alle comunità locali per costringerle ad andarsene nell'impunità più totale. Da questo elenco l'Italia si cancella da sola, unica tra le grandi diplomazie dell'Europa occidentale a non mettere la firma in calce alla misura.