“Federico mi ha rapita, vuole uccidermi”. Sono le parole di Lorena Isceri. Forse dovremmo partire da qui. Ascoltarle davvero, senza archiviarle come l’ennesima frase terribile dell’ennesimo femminicidio. Lorena era stata aggredita, legata e rinchiusa nel bagagliaio dell’auto dal suo ex compagno. Da lì ha cercato disperatamente di salvarsi, ha chiamato sua madre, poi un amico e infine il 112. Per circa venti minuti è rimasta in contatto con la polizia, dicendo chiaramente cosa le stava accadendo e chi temeva potesse ucciderla. Poco dopo è stata gettata da un cavalcavia dell’A1.

Quarantacinque anni fa, il 5 settembre 1981, l’Italia cancellava finalmente dal proprio ordinamento il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Due mostruosità giuridiche aberranti ereditate dal Codice Rocco fascista. Fino ad allora il nostro Stato prevedeva una pena enormemente ridotta per chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella in nome di un presunto “onore” ferito. E prevedeva che il matrimonio tra lo stupratore e la donna violentata potesse estinguere il reato, facendo tornare la vittima una ‘brava ragazza’ per la Società. Non era soltanto arretratezza culturale. Era qualcosa di molto peggio, era violenza trasformata in diritto, patriarcato scritto dentro il codice penale.