Straziante e urgente. È l’appello di Franco Isceri, il padre di Lorena, uccisa lo scorso 3 settembre dal suo ex fidanzato. Lo abbiamo visto e ascoltato tutte e tutti, al telegiornale e online: la voce di un padre che, nel dolore più grande, chiede alla politica e alle istituzioni di non arrivare sempre dopo. La sua domanda ci interpella direttamente: cosa stiamo facendo, concretamente, per prevenire la violenza prima che arrivi alla sua forma più estrema?

È una questione che non possiamo lasciare cadere. Perché ogni volta che una donna viene uccisa, dopo le parole del cordoglio arrivano i numeri, le ricostruzioni, le indagini, i titoli. E poi, troppo spesso, si ricomincia da capo. Un’altra storia. Un’altra donna. Un altro nome da aggiungere a una lista che non dovrebbe esistere. Ma un femminicidio non comincia nel momento in cui una donna viene uccisa. Comincia molto prima. Comincia quando il possesso viene confuso con l’amore e il controllo con la cura. Questo appello riguarda tutti e tutte: le famiglie, la scuola, le istituzioni, le comunità. Riguarda il modo in cui insegniamo ai bambini e alle bambine a stare al mondo.

La parte più difficile è quella che viene prima

Quando parliamo di violenza di genere siamo portati a concentrarci, comprensibilmente, sulla protezione delle donne che la stanno subendo: sui centri antiviolenza, sulle case rifugio, sui servizi, sulle forze dell’ordine, sulla giustizia. Tutto questo è indispensabile. Ma se vogliamo davvero interrompere la catena della violenza, dobbiamo avere il coraggio di occuparci anche di ciò che viene prima. Dobbiamo educare.