Pubblicato il: 08/09/2026 – 10:43
di Giorgio Curcio
CATANZARO «Quanto vuoi per andartene?». La domanda, ripetuta nelle conversazioni intercettate, restituisce meglio di qualunque formula giudiziaria ciò che, secondo il gip di Catanzaro Andrea Odierno, sarebbe accaduto attorno a una delle aste finite al centro dell’inchiesta sfociata nel blitz della Guardia di finanza che ha esecuzione l’ordinanza di applicazione di misure cautelari personali e contestuale decreto di sequestro preventivo, emessa dal gip del Tribunale di Catanzaro, nei confronti di 5 persone. In carcere sono finiti Carmelo Costa e Alessandro La Rosa mentre Danilo Abramo, Roberto Mercurio e l’avvocato Gennaro Pierino Mellea sono finiti ai domiciliari.
L’indagine sui PAC
L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Catanzaro, avrebbe fatto luce su alcune procedure esecutive e fallimentari portate avanti dal gruppo con l’obiettivo di favorire soggetti di notevole spessore criminale. Tra questi anche l’affare da circa tre milioni di euro relativo ad un grande appezzamento di terreno. Da quanto si legge nell’ordinanza, gli ingredienti sono tanti: i rilanci minimi utilizzati per guadagnare tempo, ma anche una trattativa parallela per arrivare a un accordo sulla spartizione del bene. Sullo sfondo, secondo l’ordinanza, «esponenti apicali della criminalità organizzata reggina». Questo è a tutti gli effetti uno dei capitoli più significativi del provvedimento cautelare che ricostruisce il sistema di interessi immobiliari, aste, società e movimentazioni di denaro emerso dalle indagini. Ma non solo: in questa vicenda, infatti, il giudice ritiene configurata anche l’aggravante mafiosa: la dimensione dell’operazione, si legge nell’ordinanza, avrebbe potuto incrementare le capacità operative della cosca e consolidare l’intera realtà criminale, anche attraverso futuri investimenti o operazioni speculative sul terreno.








