Il problema degli attacchi ibridi, e più in generale della guerra cognitiva, è che le opinioni pubbliche dei paesi aggrediti non li percepiscono. Semplicemente, non se ne accorgono. E se le opinioni pubbliche non se ne accorgono i governi democratici stentano a reagire, mentre le forze politiche per ragioni culturali o demagogiche affini all’aggressore hanno gioco facile nel negare i fatti, spesso attribuendone la denuncia a diaboliche macchinazioni del campo democratico. Invenzioni della Cia, della Nato, dell’industria bellica… Basta leggere il Fatto quotidiano per convincersene.
Eppure, è tutto alla luce del sole. Lo sono, da ultimo, i droni esplosivi lanciati sull’aeroporto tedesco di Lipsia e, prassi assai più insidiosa, lo sono le sistematiche operazioni di disinformazione e soprattutto di delegittimazione di ogni autorità democratica perpetrate dalla Russia e dalla Cina attraverso i social media. Una catena infinita di micro campagne pensate per alimentare la rabbia sociale e la sfiducia nelle istituzioni nazionali, europee e atlantiche.
Nel 2016, l’allora capo di Stato maggiore della Difesa russa, Valerie Gerasimov, lo ammise candidamente: “Il ruolo e l’efficacia del dominio cognitivo per perseguire gli scopi strategici e militari della Russia si rivelano sempre più utili della stessa efficacia capacitiva delle nostre armi tradizionali”.










