La guerra cognitiva (cognitive warfare) è oggi una delle dimensioni più critiche del conflitto ibrido. Sfruttando tecnologie digitali, intelligenza artificiale e scoperte nelle neuroscienze, il conflitto moderno non punta più solo alla distruzione fisica, ma al controllo dei processi decisionali. Con la cognitive warfare il nuovo campo di battaglia diventa la mente umana.

Nonostante il concetto sia relativamente recente e ancora in fase di sviluppo, la Nato, in un documento del 2023, ha ufficialmente riconosciuto la cognizione come il sesto dominio di guerra, accanto a terra, mare, aria, spazio e cyber. In quel documento si sottolinea, tra l’altro, come la capacità di utilizzare (in modo improprio) intenzionalmente le informazioni all’interno delle reti digitali e di diffonderle a livello globale su varie piattaforme, come i social media, abbia dato origine a nuovi strumenti e metodi per l’avversario. La cognitive warfare mira a interrompere le relazioni e a sfruttare le vulnerabilità umane, come la fiducia e i bias cognitivi, sia a livello individuale che nazionale, e il suo impatto si estende a tutti gli ambiti operativi.

La guerra cognitiva è molto più della semplice disinformazione. È un vero e proprio attacco alla mente che combina verità parziali ad azioni economiche, diplomatiche e militari. Il suo fine è piegare il processo decisionale e la percezione dell’avversario, evitando l’uso diretto della forza.