La guerra cognitiva non implica necessariamente la presenza di un attore ostile identificabile. Negli ecosistemi digitali, intermittenza comunicativa, sovraesposizione simbolica e instabilità semantica concorrono a generare una pressione persistente anche in assenza di una regia deliberata, riconfigurando l’infosfera da spazio comunicativo in ambiente cognitivo ad alta intensità

Intervenendo alla celebrazione per il 165° anniversario della costituzione dell’Esercito Italiano, il Capo di Stato Maggiore, generale Carmine Masiello, ha sottolineato la necessità di Forze Armate capaci di garantire deterrenza, resilienza fisica e tenuta morale, ribadendo come la componente umana resti il principale “sistema” sul campo di battaglia. Masiello si è soffermato sulla minaccia ibrida e sulla necessità di rendere donne e uomini in Divisa impermeabili alla guerra dell’informazione. Il conflitto russo-ucraino ne ha evidenziato le implicazioni: non soltanto massa critica e tenuta prolungata, ma guerra tecnologica e manipolazione percettiva come componenti integrate dello scontro. Nello stesso orizzonte si colloca il non-paper del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che richiama una “strategia attiva” volta a contrastare attività ostili “adattive, multidominio e multidimensionali” capaci di colpire in modo asimmetrico i centri di gravità dei sistemi di governance. Presupposto implicito: dietro l’effetto c’è un operatore; dietro la perturbazione, una strategia.