La paura non ha bisogno di vincere per governare. Le basta restare presente, plausibile, imminente. Una minaccia che non scompare mai produce domanda di protezione, alimenta investimenti, giustifica eccezioni. È dentro questo orizzonte che la Magnifica humanitas di Leone XIV legge il rapporto tra guerra e intelligenza artificiale che diventa uno dei luoghi decisivi in cui si gioca oggi la custodia dell’umano. Luogo dominato dalla «cultura della potenza – come la chiama il Papa – nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione (…) Questa cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono».È per questo che i paragrafi dedicati alla guerra e alla sua normalizzazione (nn. 189-200) hanno, soprattutto oggi, un peso particolare. Non si tratta solamente di ribadire il tradizionale appello cristiano alla pace. Qui si indica un cambio di paradigma. Dopo la Seconda guerra mondiale, la pace era stata posta al centro dell’ordine internazionale; il ricorso alle armi veniva pensato come estrema eccezione, regolata da limiti giuridici e morali rigorosi. Oggi, scrive Leone XIV, assistiamo invece a una «riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale».Non è solo il ritorno dei conflitti. È la trasformazione dell’impensabile in pensabile, probabile, perfino necessario. Il punto è decisivo. Una società può prepararsi alla guerra anche prima di combatterla. Può farlo attraverso il riarmo, certo, ma anche attraverso le parole, le immagini e le narrazioni che spingono l’opinione pubblica a reinserire il conflitto nell’orizzonte dell’inevitabile. La guerra viene preparata culturalmente, soprattutto quando la memoria storica si indebolisce, quando le ideologie polarizzano e quando la logica amico-nemico sostituisce il discernimento e la diplomazia del dialogo. Sostituiti dalla meccanica della forza, e dalla sua trasformazione in criterio di realtà.La novità più inquietante riguarda il rapporto tra guerra e intelligenza artificiale. Le nuove tecnologie non aggiungono semplicemente efficienza a vecchi strumenti militari. Modificano la soglia stessa della decisione. La promessa è quella della preveggenza. Vedere prima, decidere prima, colpire prima. Ma se il conflitto diventa algoritmica ciò che si perde è il volto dell’altro. E questa sparizione abbassa la soglia del ricorso alla violenza, trasformando la difesa in previsione operativa e le persone in flusso di dati.Non basta invocare generici vincoli etici all’intelligenza artificiale, occorre chiedersi dove risiede la responsabilità quando la decisione di colpire si automatizza. Chi risponde della scelta? Il comandante, il programmatore, l’impresa, il modello, lo Stato?La sicurezza è necessaria perché nessuna comunità politica può rinunciare a proteggere i propri cittadini. Ma quando viene affidata a sistemi privati che promettono di anticipare ogni minaccia, essa rischia di trasformarsi in un processo senza fine. Ogni vulnerabilità ne rivela un’altra. Ogni nuova capacità di controllo rende visibile un nuovo pericolo. Ogni nuovo pericolo giustifica un ulteriore investimento. La pace, allora, non appare più come il fine della politica, ma come una parentesi fragile in uno perenne stato di emergenza.Non c’è ingenuità pacifista nel pensiero di Leone XIV. Le minacce esistono e la politica deve misurarsi con il male storico. Ma proprio per questo occorre criticare il falso realismo di chi identifica la realtà con i rapporti di forza, la pace con la deterrenza. Il realismo cristiano non nega il conflitto ma ne rifiuta l’assolutizzazione. Non scambia la prudenza per debolezza, né il dialogo per resa. Sa che la pace non nasce dall’ottimizzazione della violenza, ma dalla costruzione paziente di istituzioni fondate sulla fiducia provata, sulla giustizia, la diplomazia e il ruolo chiarificatore della memoria.Non è certo casuale il riferimento a Tolkien che compare nella parte conclusiva dell’enciclica: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo». È una citazione che acquista un valore particolare se letta accanto all’uso che alcune aziende della nuova tecno-difesa tecnologica fanno dello stesso immaginario tolkieniano. Palantir prende il nome dalle pietre veggenti del Signore degli Anelli; Anduril dalla spada riforgiata di Aragorn. In entrambi i casi Tolkien viene evocato come simbolo di visione, potenza e capacità di anticipare e combattere il male.Leone XIV sembra proporre, implicitamente, un’altra lettura. In Tolkien la salvezza non viene dalla volontà di vedere e dominare tutto, di «controllare tutte le maree». Viene dalla fedeltà dei piccoli e dal rifiuto di usare l’Anello anche quando usarlo sembrerebbe il modo più efficace per vincere. Perché non tutto ciò che aumenta il potere accresce il bene. Non tutto ciò che permette di vedere lontano permette di vedere meglio. E la spada non sempre è garanzia di giustizia, soprattutto se chi la impugna dimentica ogni limite.In questo senso la Magnifica humanitas ci chiede di scegliere tra due immaginari contrapposti della tecnica. Da una parte pensata come potenza, dominio, anticipazione del nemico e governo della paura e dall’altra la tecnica vissuta come servizio, responsabilità e custodia dell’umano. La differenza non sta negli strumenti, ma nel fine che li orienta.