Qualunque architettura italiana di difesa dalla guerra cognitiva deve fare i conti con il fatto che le stesse forze chiamate, da maggioranza o da opposizione, a legiferare sulla materia hanno in tempi recenti coltivato canali di prossimità politica, dichiarazioni pubbliche o linee narrative sovrapponibili a quelle degli attori esteri che quella normativa dovrebbe contrastare. È un problema che nessun’altra grande democrazia europea affronta nella stessa misura. L’analisi di Alberto Pagani
docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di intelligence e guerra cognitiva
Mentre l’Europa discute di resilienza informativa, un caso di scuola si consuma dall’altra parte dell’Atlantico: gli Stati Uniti, nel nome della libertà di parola, hanno smantellato buona parte dell’architettura istituzionale che li proteggeva dalla disinformazione ostile. È una lezione che l’Italia, alle prese con la riforma della guerra cognitiva promossa dal ministro Crosetto, non può permettersi di leggere distrattamente.
L’ordine esecutivo del 20 gennaio 2025
Il punto di partenza è cronologico. Il 20 gennaio 2025, il primo giorno del secondo mandato, la nuova amministrazione statunitense firma l’ordine esecutivo “Restoring Freedom of Speech and Ending Federal Censorship”. Il testo è breve e nei toni non lascia spazio a interpretazioni: il governo federale non deve più utilizzare risorse pubbliche per condizionare, anche indirettamente, la libertà di espressione dei cittadini americani. Le etichette di “misinformazione”, “disinformazione” e “malinformazione” vengono definite pretesti retorici utilizzati dalla precedente amministrazione per sopprimere opinioni sgradite. L’Attorney General riceve mandato di indagare sulle attività pregresse dell’esecutivo in materia e di proporre misure correttive.






