We don’t need no education / we don’t need no thought control, cantavano i Pink Floyd nel 1979 in “Another Brick in the Wall (Part II)”. La band raccontava il rifiuto di una scuola rigida e autoritaria, accusata di trasformare gli studenti in ingranaggi di un sistema alienante. A distanza di decenni, quel monito di ribellione contro il controllo del pensiero assume un significato nuovo, interrogando non soltanto il futuro della scuola e le sue modalità didattiche, ma mettendone in discussione l’utilità stessa, e il senso profondo della sua esistenza in una società automatizzata grazie all’intelligenza artificiale. La risposta si trova già nei compiti in classe. Lo sanno bene i docenti che, correggendo l’ennesimo saggio di fine corso, si imbattono in una prosa noiosa ma sintatticamente perfetta, piena di «tuttavia», «è importante considerare che» e «in conclusione». La domanda non è più se gli studenti useranno ChatGPT, Claude, o Gemini per superare gli esami o per copiare. Certo, lo faranno. La domanda da porsi è se e quando l’intelligenza artificiale renderà obsoleto il sistema scolastico per come lo intendiamo oggi.

L’avvento dell’IA ha scosso le fondamenta su cui poggia l’istruzione. Se l’università è stata storicamente il luogo della trasmissione del sapere, della certificazione delle competenze e della formazione del pensiero critico, l’automazione su larga scala di queste funzioni impone di ripensarne il ruolo. Il dibattito si muove su due binari. Da un lato, c’è chi vede in queste tecnologie la promessa di una democratizzazione del sapere attraverso tutor digitali personalizzati a basso costo. Dall’altro c’è invece la crescente preoccupazione per il declino delle competenze cognitive degli studenti, per la progressiva erosione dell’integrità accademica, e la perdita di esperienze condivise.