di Giuseppe Murante

C’è un genere giornalistico ormai stabile: l’articolo che annuncia come l’intelligenza artificiale stia “atrofizzando” le nostre menti. Studenti che non sanno più scrivere un tema, professionisti che non sanno più fare un conto a mente, un’intera generazione delegata al pilota automatico cognitivo. È una narrazione comoda, perché individua un colpevole esterno e chiaro. Ma è anche, temo, sostanzialmente sbagliata — o almeno, sbagliata nella forma in cui viene raccontata.

Ho passato un intero pomeriggio a lavorare con un’intelligenza artificiale su un problema di fisica teorica: verificare se un certo tipo di modello di collasso quantistico della funzione d’onda potesse dare effetti osservabili sulla dinamica della materia oscura. Non è un esercizio banale: richiede di incrociare formule, costanti fisiche, ordini di grandezza, letteratura scientifica specialistica. In un certo punto della discussione, un calcolo apparentemente ragionevole — “se aggrego più particelle in un blocco più massiccio, l’effetto dovrebbe aumentare” — si è rivelato sbagliato: il ragionamento intuitivo portava a un numero fisicamente scorretto. L’errore non l’ha trovato la macchina. L’ho trovato io, perché qualcosa “non tornava” al mio istinto di fisico. E quell’istinto, allenato da anni di mestiere, ha permesso di tornare indietro, isolare il problema, e correggere il tiro.