di Giuseppe Pignataro*

Il problema non è che la macchina pensi. Il problema è chi possiede la macchina che penserà al posto nostro. L’intelligenza artificiale non è un elettrodomestico evoluto: è una nuova forma di comando. Decide tempi, prezzi, diagnosi, testi, codici, selezioni, carriere. Non sostituisce solo mansioni: ridisegna la gerarchia tra chi ordina e chi obbedisce. La tecnica, quando diventa infrastruttura della vita, non è mai neutrale: ha il volto del suo proprietario.

Per anni ci hanno ripetuto la favola: ogni rivoluzione tecnologica distrugge vecchi lavori e ne crea nuovi. Vero, ma è una verità mutilata. Anche la rivoluzione industriale creò ricchezza; prima però produsse città infernali, salari compressi, corpi consumati. L’AI può fare lo stesso, ma dentro il cuore del ceto medio: programmatori, redattori, impiegati, ricercatori, professionisti. Non trema più solo la fabbrica: tremano ufficio, laurea, competenza.

Perfino l’Economist, non certo anticapitalista, invita i governi a prepararsi ‘al peggio’: sette americani su dieci temono che l’AI renda più difficile trovare lavoro; le assunzioni dei laureati, specie informatici, si raffreddano; Goldman Sachs stima che i data center arrivino all’8,5% della domanda elettrica di picco Usa nel 2027. Ricorda anche il ‘China shock’: pochi milioni di posti persi bastarono a incendiare la politica. Con l’AI, la scossa colpirebbe colletti bianchi, istruiti, influenti.