L'intelligenza artificiale non sostituisce soltanto alcune mansioni. Sostituisce quote crescenti di valore economico prodotto dal lavoro umano
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L'Italia discute finalmente di intelligenza artificiale. Per anni il dibattito si è diviso tra gli entusiasti della rivoluzione tecnologica e i profeti dell'Apocalisse digitale. Oggi, grazie anche al richiamo del governatore Fabio Panetta nelle Considerazioni Finali della Banca d'Italia, il confronto entra finalmente nel merito dell'economia reale: produttività, investimenti, competitività, crescita. Tutti temi decisivi per un Paese che da oltre vent'anni cresce meno dei suoi concorrenti europei. Ma nel coro generale c'è un grande assente. Un convitato di pietra di cui quasi nessuno parla: il mercato.Panetta ha ragione quando individua nell'intelligenza artificiale una possibile leva per rilanciare la produttività italiana. Dall'inizio del secolo il prodotto per ora lavorata è aumentato appena del 6%, contro percentuali comprese tra il 13 e il 34% degli altri grandi Paesi dell'Eurozona. Oggi circa il 30% delle imprese utilizza strumenti di IA, ma soltanto il 5% ne fa un impiego realmente intensivo. È evidente che il ritardo esiste e che va recuperato. Così come è evidente che un Paese manifatturiero come l'Italia non può permettersi di perdere anche questa rivoluzione tecnologica dopo aver già mancato altre opportunità.Fin qui tutto condivisibile. Il problema è che si continua a ragionare quasi esclusivamente dal lato dell'offerta. Come produrre di più. Come essere più efficienti. Come ridurre i costi. Come aumentare la competitività. Molto meno si discute di ciò che accadrà dall'altra parte dell'equazione: i redditi, i consumi, la domanda. Eppure, è qui che si giocherà la partita più delicata.L'intelligenza artificiale non sostituisce soltanto alcune mansioni. Sostituisce quote crescenti di valore economico prodotto dal lavoro umano. Negli ultimi quarant'anni le economie occidentali hanno già conosciuto una progressiva divaricazione tra produttività e salari. La ricchezza è cresciuta più dei redditi da lavoro e una quota crescente del valore si è concentrata nei profitti delle grandi aziende e nella finanza. L'IA rischia di accelerare ulteriormente questa tendenza. Non necessariamente con milioni di disoccupati, ma con una pressione crescente sui redditi medi e sulle professioni qualificate.E qui emerge la domanda che quasi nessuno pone. Se una parte crescente della ricchezza verrà prodotta da sistemi automatizzati e una parte crescente dei profitti finirà nelle mani di pochi operatori globali, chi sosterrà la domanda? Chi comprerà i beni e i servizi che l'economia sarà in grado di produrre in quantità sempre maggiori? Sicché la questione di fondo si riduce alla domanda se il lavoro possa continuare a essere il principale canale di distribuzione del reddito. Se così non sarà, occorrerà immaginare nuovi meccanismi di redistribuzione del valore creato dalla tecnologia.Da questo punto di vista il tema dei monopoli digitali è persino più importante della tecnologia stessa. Le grandi piattaforme americane e i loro concorrenti cinesi stanno accumulando dati, capacità di calcolo, capitale e potere economico in misura senza precedenti. L'Europa rincorre con fatica. L'Italia prova a non restare indietro. Ma la questione non è soltanto chi svilupperà i modelli più avanzati. È chi incasserà i proventi di questa rivoluzione e come questi verranno redistribuiti nell'economia reale.Panetta ha indicato correttamente un ruolo per lo Stato come promotore dell'innovazione, soprattutto nei settori strategici. È una condizione necessaria. Ma potrebbe non essere sufficiente. Perché l'intelligenza artificiale non è soltanto una questione di produttività. È una questione di equilibrio sociale e di tenuta del mercato.















