Per anni i cantori dell’intelligenza artificiale hanno annunciato l’avvento di una rivoluzione inevitabile e dirompente, destinata a migliorare la vita dei lavoratori e i rendimenti degli investitori. Da Sam Altman in giù, erano tutti convinti che la traversata nel deserto sarebbe stata più breve del previsto, descrivendoci una Terra promessa economica in cui sarebbe bastato inserire qualche algoritmo nei processi aziendali affinché il mondo del lavoro cambiasse per sempre. Più produttività, meno fatica, crescita economica accelerata. Macchine sempre più autonome avrebbero svolto la maggior parte delle attività cognitive oggi affidate agli esseri umani.
L’IA continua ad attirare investimenti enormi, ma l’entusiasmo iniziale si sta scontrando con la realtà che, come insegnava Giulio Andreotti, è sempre un po’ più complessa. La rivoluzione non è ancora arrivata, e la crescita men che meno. Il problema non è il funzionamento della tecnologia, anzi. Gli strumenti di intelligenza artificiale si sono diffusi rapidamente nelle aziende e nelle abitudini quotidiane dei lavoratori. I modelli generativi scrivono testi, analizzano dati, generano codici, producono immagini e simulazioni con una velocità che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza. Il problema è un altro: l’economia, per ora, non se n’è accorta.











