«Il mio timore maggiore: un futuro in cui solo i bambini delle famiglie benestanti avranno un’educazione puramente “umana”. Gli altri saranno affidati all’intelligenza artificiale. Un po’ come adesso con il cibo biologico, che è prerogativa di pochi, mentre i più poveri vivono di cibo spazzatura».Dana Suskind è una neurochirurga americana. Il suo libro, uscito a luglio, ha attirato l’attenzione della critica statunitense perché ha un raro pregio: offre soluzioni pratiche a genitori e educatori, su come scongiurare il rischio di infanzie “disumane”.Il titolo: Crescere umani, coltivare relazioni, curiosità e apprendimento permanente nell’era dell’intelligenza artificiale (nostra traduzione; il libro non è ancora in italiano).Perché l’intelligenza artificiale è diversa dalle tecnologie precedenti?«Anche le tecnologie passate hanno influenzato il nostro modo di pensare e di relazionarci. Ma erano prevalentemente passive, a senso unico. L’Ia generativa (tipo Chatgpt), invece, risponde, conversa. Simula empatia, persino. E può essere un disastro, se dall’altra parte c’è un bambino. Lo dice la scienza: nei primi anni di vita, l’interazione con gli altri contribuisce materialmente a costruire il nostro cervello. Si parla molto di come l’Ia cambierà il lavoro o la democrazia; molto meno del fatto che potrebbe cambiare chi siamo».Che cosa accade nel cervello di un bambino quando una macchina simula una relazione?«Il bisogno di connessione è una spinta primaria, paragonabile alla fame. Nei primi tre anni si costruisce circa l’85 per cento della struttura fisica del cervello. La neuroscienziata Patricia Kuhl ha descritto il “social gate”: un meccanismo biologico che porta i bambini a imparare attraverso uno scambio sociale caldo e responsivo. È anche per questo motivo che apprendono poco dagli schermi tradizionali. L’Ia, però, sembra avere trovato una chiave capace di aprire quel cancello, perché reagisce e può essere interpretata come un interlocutore umano. Già a sei mesi un bambino può reagire a un robot come se avesse davanti una persona. Non significa che l’Ia sia necessariamente negativa, ma che dobbiamo decidere con estrema attenzione che cosa lasciar entrare nel cervello in formazione».Quali sono i rischi?«Gli attuali compagni artificiali, a differenza dei genitori, tendono a essere compiacenti: il bambino ha quasi sempre ragione. È come abituarsi agli snack alla frutta: poi non si riesce più a mangiare una mela; la si trova troppo faticosa da masticare. Potremmo così cominciare a preferire interlocutori artificiali, sempre disponibili, alle persone reali. Nel libro racconto il caso di Moxie, un robot sociale disattivato dopo il fallimento dell’azienda: in un video una bambina piange quando il padre le spiega che il suo compagno non funzionerà più. È un aneddoto, ma coerente con gli studi sull’attaccamento dei più piccoli a questi oggetti».Veniamo al pratico. C’è un’età sotto la quale sconsiglia compagni artificiali e giocattoli conversazionali?«L’Ia non è un’unica cosa. Ci sono prodotti utili e altri paragonabili agli alimenti ultra-processati. Se parliamo di chatbot-compagni, peluche conversazionali o prodotti che promettono di diventare il primo migliore amico del bambino, non li considero appropriati sotto i cinque anni. Mantengo forti riserve anche durante l’adolescenza. Già oggi, circa il 70 per cento degli adolescenti usa chatbot in veste di amici e confidenti. Positivo invece è l’uso scientificamente guidato dell’Ia per aiutare bambini con difficoltà specifiche, come dimostrano studi dell’università di Chicago».Cosa devono sapere genitori e educatori?Di base dobbiamo ricordare che la connessione umana è insostituibile: non è un lusso, ma una necessità biologica. Bisogna chiedersi: questo strumento di Ia aiuta il bambino a crescere? Supporta genitori, insegnanti nel proprio ruolo? O li sostituisce? Esempi positivi ci sono già: in medicina l’Ia ci consente di guardare e ascoltare il paziente mentre il sistema registra, trascrive ed elabora la conservazione. Ci libera tempo da dedicare alla relazione con il paziente. La differenza è tra una tecnologia che mira a un beneficio umano preciso, e un prodotto costruito soprattutto per aumentare coinvolgimento, tempo d’uso e profitti. Come da anni avviene con i social e, ora, con i chatbot più diffusi».Ma come può un genitore capire se uno strumento potenzia la relazione oppure la sostituisce?«Propongo un test basato su domande. Chiedersi: lo strumento rafforza la connessione umana, stimola conversazioni e gioco condiviso, oppure isola il bambino? Riduce il carico mentale dell’adulto e gli permette di essere più presente? Offre qualcosa che il genitore non può fornire? Lascia l’adulto al posto di guida? È coerente con il tipo di infanzia che vogliamo costruire? Altre domande utili: per che cosa il prodotto è stato progettato, con quali dati è stato addestrato, quali valori insegna? Un peluche che parla indefinitamente con il bambino può non superare il test; uno strumento specifico, usato con un adulto per una necessità precisa, potrebbe invece superarlo».Milioni di studenti usano già ChatGPT per studiare e svolgere i compiti. Qual è il rischio principale?«Per imparare abbiamo bisogno di attrito: scrivere, cercare le fonti, leggerle, formulare un pensiero. Abbiamo bisogno, ancora una volta, di “masticare”. Il paradosso è che un uso eccessivo dell’Ia può erodere proprio le competenze di cui i ragazzi avranno più bisogno in futuro: quelle non automatizzabili perché basate su senso critico e curiosità umane».Teme anche una nuova forma di disuguaglianza?«Se progettata per sostenere le relazioni, l’Ia potrebbe ridurre i divari. Ma la connessione umana rischia di diventare un bene di lusso. Indizio significativo: molti guru della tecnologia scelgono per i figli scuole a bassa tecnologia; vietano o limitano molto l’uso di schermi a casa. Lo faceva Steve Jobs e ora lo fa il padre di Chatgpt, Sam Altman. Le famiglie con meno tempo e risorse potrebbero invece essere spinte verso sostituti artificiali.È accaduto con il cibo ultra-processato: economico e presentato come soluzione, ma con conseguenze concentrate nelle comunità più fragili. Non possiamo permettere che un’infanzia cresciuta dagli esseri umani diventi un privilegio. Altrimenti, ai divari nella lettura, nel linguaggio e nell’istruzione si aggiungeranno quelli nello sviluppo sociale e nella capacità di entrare in relazione con gli altri».Che cosa dovrebbero fare governi e imprese tecnologiche?«Servono protezioni adeguate alle diverse fasi dello sviluppo. Un seggiolino per neonati non è uguale a quello per un bambino di tre anni: allo stesso modo non possiamo trattare tutti i minori e tutte le applicazioni dell’Ia come se fossero identici. Serve un quadro basato sulla scienza dello sviluppo per stabilire ciò che è accettabile a ogni età.Anche gli incentivi delle aziende contano: se l’obiettivo è soltanto il profitto, il design sarà diverso da quello orientato al benessere umano. Alcune grandi aziende tecnologiche mi hanno già contattata, dopo l’uscita del libro. È un segnale incoraggiante, di consapevolezza e senso di responsabilità, anche se non dobbiamo essere ingenui.Dobbiamo cercare di rimanere ottimisti. I genitori possono ancora scegliere tutti gli strumenti che possono semplificare la vita e al tempo stesso rifiutare quelli che giudicano incompatibili con i propri valori e con lo sviluppo dei propri figli. L’ottimismo è sempre necessario. Perché avere figli è già un atto di speranza. E il futuro potrà andare bene se decidiamo di costruirlo in questo modo».