Pechino la rende obbligatoria, Washington la incentiva, Stoccolma torna ai libri di carta. L’Europa ha scelto una terza via. La partita decisiva, però, si gioca altrove: nella formazione del giudizio dei più giovani e nell’ordine con cui la macchina vi entra. Scrive Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale e ceo di Avantime
La stessa intelligenza artificiale che indebolisce una mente non ancora formata ne potenzia una già allenata. Sul suo ingresso nella scuola, tutto comincia da qui. A indicarlo, nel giugno 2025, è uno studio del Mit Media Lab: cinquantaquattro persone hanno scritto temi sotto elettroencefalogramma, divise tra chi si serviva di un assistente conversazionale, chi di un motore di ricerca, chi di nulla. La mente di chi si affidava alla macchina risultava la meno attiva, quella di chi lavorava da solo la più estesa, e i primi faticavano poi a citare con precisione ciò che avevano appena scritto. I ricercatori l’hanno chiamato “debito cognitivo”: una fatica risparmiata subito, un costo che si accumula dopo. Il lavoro non è ancora stato sottoposto a revisione tra pari e il campione è ridotto, ma un dettaglio cambia il quadro: chi aveva prima esercitato la scrittura, e solo dopo introdotto lo strumento, manteneva un’attività cerebrale più ricca. Conta la sequenza, prima ancora della tecnologia.








