L’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite, nei luoghi di formazione, come la scuola e l’università con la solita promessa salvifica: rendere tutto più semplice, più rapido, più moderno. È la favola tipica di ogni rivoluzione tecnologica venduta come bene automatico. Ma la realtà è meno elegante e molto più brutale. L’AI non sta solo entrando nei processi educativi, li sta trasformando e colonizzando. E lo sta facendo nel silenzio complice di un dibattito pubblico spesso oscillante tra l’entusiasmo acritico e il proibizionismo di maniera.

Il punto non è tanto se l’AI debba essere utilizzata. Questa discussione è superata dalla realtà. L’AI è già dentro le aule, dentro i compiti, dentro le verifiche, dentro il rapporto tra studenti e conoscenza. Ed è qui che bisogna smettere di fingere. Se l’AI serve solo a fare più in fretta ciò che prima richiedeva fatica, confronto, errore e correzione, allora non stiamo innovando i processi formativi, ma li stiamo di fatto svuotando. Infatti, la formazione e la scienza non sono per dare risposte, ma, al contrario, per insegnare a costruirle. Una società che delega la parte più viva del processo educativo dei giovani sta di fatto rinunciando alla propria essenza, che è la costruzione dell’autonomia critica dei giovani, e quindi della libertà stessa delle loro coscienze.