Per molto tempo il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale nella scuola si è concentrato soprattutto sugli aspetti più visibili e immediati: i compiti scritti con ChatGPT, i chatbot educativi, le piattaforme di tutoring automatico, le verifiche online. Ma mentre l’attenzione si fermava sugli strumenti, stava emergendo una trasformazione molto più profonda e molto più politica. Progressivamente, infatti, gli algoritmi stanno iniziando a influenzare non soltanto il modo in cui apprendiamo, ma anche ciò che impariamo, il ritmo con cui lo facciamo e persino le priorità educative considerate più importanti. La pedagogia rischia di spostarsi dagli insegnanti alle piattaforme.
Questo passaggio rappresenta uno dei cambiamenti culturali più radicali degli ultimi decenni. Storicamente, la scuola è sempre stata uno spazio di mediazione umana e pluralità culturale. Programmi scolastici, libri di testo e metodologie didattiche riflettevano inevitabilmente una visione del mondo, ma erano il risultato di processi politici, culturali e sociali discussi pubblicamente. Oggi, invece, una parte crescente delle decisioni educative viene incorporata nei sistemi digitali attraverso algoritmi e modelli di intelligenza artificiale.










