«Sono stato in cima all’Arthur Ashe», scuote la testa un collega americano appassionato di tennis e abituato a scrivere per testate di qualità come il New Yorker. «Lassù non c’è nessuno a cui interessi guardare la partita: anche perché sei così in alto che non vedi nulla. E’ che gente che è qui perché gli Us Open sono ‘the place to be’, ma pensano solo a fare selfie, a guardare il cellulare, a mandare foto in giro…». Gli Us Open sono un casinò o un luna-park, un red carpet per ‘wannabe stars’, distribuiscono centinaia di milioni di montepremi - 108 quest’anno - perché ne incassano molti di più, vendendo ogni tre secondi un cocktail honey deuce a 23 dollari, offrendo un calice di champagne a 32. All’interno dell’impianto in certe ore non si cammina, le file per entrare negli shop sono interminabili. E su tutto aleggia un odore dolciastro, vagamente stordente. «Per favore, ragazzi, potete fumare quello che volete, ma non vicino ai campi…». Stavolta è toccato ad Aryna Sabalenka interrompere il suo match per lamentarsi delle ventate dense di marjuana, chiudendo poi con una battuta: «Forse tiravo troppo forte e volevano che rallentassi… Ma questa è New York». Anche la campionessa bielorussa però finisce nel tritacarne del trash, quando si presenta con un abito rosso con ampi inserti di rete che scandalizza chi è sempre pronto a pigiare su una tastiera. I social penalizzano anche Alcaraz, i cui muscoli guizzano dentro una canottiera larghissima e scollata, tanto che il giorno dopo la Nike gliele ha imposta una seconda, da indossare aderente sotto la prima: «Me l’hanno fatta indossare perché si vedevano i capezzoli…», ridacchia Carlitos, e tu pensi che Wimbledon con i suoi rigidi dress code è lontanissima. Ha ragione Aryna: questa è New York, dove neppure le mise da diva orientale di Naomi Osaka stupiscono più di tanto: nella subway se ne vedono di molto più eccentriche ad ogni fermata. E dove la gente è disposta a pagare 300 dollari per un biglietto ground: per applaudire i tennisti americani quest’anno alla riscossa, certo, ma soprattutto per fotografarsi, mangiare anelli di totano fritti o hamburger al caramello, vagabondare in un torneo che assomiglia sempre più ad un centro commerciale o a un parco divertimenti. Gli appassionati veri si raggruppano sul ‘Louis Armstrong’, il vecchio centrale, dove si vede bene da qualsiasi posto, l’ultimo fortino della passione vecchio stile, tutto intorno è rumore, odore, clamore. Il regno ideale degli influencer, la piaga dei nostri giorni, che rubano spazio a vecchi cronisti e fotografi infuriati, magari alzandosi a bordo campo per tentare un photo shoot o un ‘reel’ durante uno scambio, come è accaduto lunedì scorso proprio durante un match della Osaka. «Si sentiva chiaramente il rumore degli scatti». La giudice di sedia Mariana Veljovic ha provato a placare gli scattisti, ma con scarsi risultati. ««Se si partecipa a un evento sportivo, bisogna rispettare lo sport», ha protestato Naomi dopo la vittoria al secondo turno. «E credo che sia una questione di semplice cortesia informarsi sullo sport, in particolare sulle regole di comportamento». Ma gli influencer, come De Niro/Travis Bickle in Taxi Driver, le potrebbero rispondere, puntandole uno smartphone al petto: «Are you talking to me?…». L’”etichetta” di cui parla la Osaka ormai è scollata, contano solo quelle da centinaia di dollari che vengono battute nelle casse dei negozi con il merchandising ufficiale. Perché il rumore, l’ostentazione, l’ignoranza delle regole non impediscono al torneo di continuare a crescere, 1,14 milioni di spettatori l’anno scorso e si attendono nuovi record, anche se Sinner non c’è e le altre teste di serie cadono come pere. «Qui interessano solo Alcaraz e Coco Gauff», spiega il collega di nobili frequentazioni. «Sono loro che vendono i biglietti». Per il resto, per il tennis che fu lo sport del bianco e del silenzio, basta un requiem silenzioso. Non è più tempo di cattedrali e giardini. Il tennis negli Usa non è così popolare in se stesso, non regge il confronto con gli sport ‘americani’, perde terrno rispetto al pickleball. Per sedurre un nuovo pubblico, più attirato dalle celebrity che dagli atleti, servono nuovi strumenti. «Le cose stanno cambiando», ha ammesso il veterano francese Adrian Mannarino. «Ora al pubblico è permesso muoversi tra gli spettatori durante i punti. Sul campo si sente odore di erba, c’è rumore dappertutto. In realtà sta diventando un po’ uno zoo». Senza custodi, peraltro.