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Sabato la tennista bielorussa Aryna Sabalenka ha fermato per qualche secondo la sua partita agli US Open, a New York, perché c’era un odore di marijuana troppo forte, che la disturbava e la distraeva dalla partita. E nei giorni precedenti alcuni arbitri avevano interrotto altre partite per colpa di alcuni influencer, impegnati a fare balletti o usare luci che potevano infastidire i giocatori e le giocatrici in campo.

Sono tutte cose ormai all’ordine del giorno agli US Open, un torneo da sempre abituato a un pubblico rumoroso e a odori insoliti per una competizione di tennis. Eppure i tennisti e certi tifosi continuano a lamentarsi, e c’è chi crede che si stia superando un po’ il limite.

Gli US Open sono uno dei quattro tornei del Grande Slam, i più importanti del tennis. Non è l’unico che si gioca sul cemento (ci sono anche gli Australian Open, che si distinguono per una generale allegria e sono soprannominati “Happy Slam”), non è di certo il più elegante né il più prestigioso (quello è Wimbledon), e nemmeno il più duro (quello è il Roland Garros, l’unico che si gioca sulla terra rossa). Gli US Open, però, sono di sicuro lo Slam dei rumori e degli odori, due cose – soprattutto la prima – che nel tennis rappresentano una grande eccezione, e spesso un problema.