Martedì 1° settembre era da poco tramontato il sole quando, alle otto, un boato ha scosso il Monviso rompendo la quiete di un crepuscolo sereno di fine estate. A scatenarlo è stato un grande crollo di roccia che, innescatosi poche centinaia di metri sotto la vetta, ha battuto il dirupato versante Nord-Est della montagna sollevando una densa nube di polvere che ha rapidamente riempito l’aria fino ad avvolgere anche il frequentatissimo Rifugio Quintino Sella. Il deposito di frana non è giunto a intercettare il sentiero che sale dal Pian del Re, tuttavia il comune di Crissolo in attesa di verifiche ha precauzionalmente disposto la chiusura del percorso nel tratto tra il Lago Chiaretto e il Colle del Viso. Intanto, fortunatamente mercoledì mattina si è potuto escludere il coinvolgimento di un escursionista che in un primo momento si era temuto. Le vaste conoidi di detrito che giacciono ai piedi dei suoi canaloni testimoniano che eventi di questo genere non sono una novità per il Re di Pietra, piramide elegante ma dalla roccia fortemente fratturata, e chiunque abbia affrontato la salita alla cima anche solo lungo la via normale sa che proprio la caduta di sassi, insieme a nebbia e temporali, è il pericolo oggettivo più temibile. Tuttavia l’evento dell’altra sera è stato ragguardevole, e si inserisce in una sequenza di episodi che da alcuni anni si ripetono – pare con frequenza crescente – proprio nei ripidissimi e angusti valloncelli rocciosi stretti tra i Torrioni Sucai e il Torrione Saint-Robert. Prima di questo, il più rilevante in tempi recenti era avvenuto il 26 dicembre 2019 e aveva mobilizzato un volume stimato da Arpa Piemonte in circa duecentomila metri cubi di roccia. All’epoca l’agenzia (che sta indagando anche l’evento di questa settimana) segnalava come in precedenza quel settore di parete avesse già dato segnali di attività franosa, e come il confronto tra fotografie aeree delle conoidi detritiche sottostanti riprese in anni differenti rivelasse un “netto aumento dei massi nel periodo successivo al 2010”. Oltre alla fratturazione della roccia, si indicava inoltre come possibile concausa del distacco la degradazione del permafrost, strato di roccia, detrito o suolo che rimane - o rimaneva… - a una temperatura di 0 °C o inferiore per almeno due anni consecutivi, indipendentemente dalla presenza di ghiaccio o meno. Sulle Alpi il permafrost si trova a quote per lo più sopra i 2800-3000 metri, ma il rapido riscaldamento di questi anni dall’atmosfera si sta propagando anche in profondità determinandone lo scongelamento, con il contributo aggiuntivo della percolazione di acqua liquida che trasferisce calore negli ammassi rocciosi lungo le fratture a seguito degli eventi piovosi che si manifestano ad altitudini sempre più elevate, sostituendosi alle nevicate perfino sopra i 4000 metri nei mesi estivi (ricordate la foto divenuta virale a fine giugno di quest’anno, con il Cervino percorso da impetuose cascate d’acqua fin dalla sua sommità durante un temporale?). La perdita di questo gelido “collante” naturale che aiuta a mantenere stabili rocce e detriti sta determinando una maggiore propensione allo sviluppo di crolli e frane in alta quota lungo tutte le Alpi, ma soprattutto sulle pareti rivolte a Nord e nella fascia altimetrica tra 3000 e 4000 metri, fenomeni studiati e censiti con sistematicità del gruppo Geoclimalp del Cnr-Geo di Torino. Solo un mese fa aveva fatto notizia la frana che aveva spazzato il versante italiano dello stesso Cervino. Ci sono analogie tra quanto accaduto negli ultimi giorni sul Monviso e in Nepal? Beh, ovviamente i due episodi sono distanti anni luce soprattutto per i volumi di materiale coinvolto, ma differiscono anche per il fatto che nel caso del Monviso il crollo dell’altra sera non ha coinvolto un ghiacciaio, e non c’era presenza significativa di acqua a fluidificare la massa di detriti. Tuttavia proprio la crescente alterazione dei millenari ma delicati equilibri dei territori d’alta montagna a seguito dell’aumento termico e della riduzione di ghiacciai e permafrost è probabilmente un fil-rouge che li unisce. Peraltro, rimanendo nel più ampio novero dei fenomeni di instabilità naturale in alta quota, trentasette anni fa proprio sulla parete Nord del Monviso avvenne uno dei primi grandi eventi di questo genere dell’epoca del riscaldamento globale sulle Alpi, solo a poche centinaia di metri dal luogo di innesco del crollo di roccia di martedì. Era il 6 luglio 1989, e anche quella volta era sera: una porzione del Ghiacciaio Superiore di Coolidge pari a duecentomila metri cubi si staccò improvvisamente generando una valanga di ghiaccio e detriti che spazzò la montagna fino a depositarsi mille metri più in basso presso il Lago Chiaretto dopo aver sfiorato il bivacco Falchi-Villata, “nido d’aquila” in cui pernottavano due alpinisti monegaschi, salvi per miracolo ma terrorizzati. Anche il frequentato sentiero per il Rifugio Sella fu investito, ma grazie all’ora tarda non ci furono vittime né feriti. L’abbondante caduta di pioggia in alta quota nei giorni precedenti, con conseguente lubrificazione del contatto ghiaccio-roccia, fu individuata come probabile concausa del distacco. Da allora il piccolo Ghiacciaio Coolidge, annidato in una nicchia ombrosa, seppure con fatica si è almeno in parte ricostituito grazie alle valanghe di neve che d’inverno precipitano dalla vetta del Viso, ma quel suo collasso ormai lontano risuona ancora oggi come primo campanello d’allarme di un clima e di una montagna che cambiano rapidamente, e non in meglio.