Un boato avvertito in tutti i rifugi alpini della zona, una vasta nube di polvere e un segnale sismico di magnitudo 0,9 rilevato oltre il confine francese – come precisa Alberto Corno dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche di Torino – a più di cento chilometri di distanza: è la traccia lasciata dalla grande frana che nella serata del 1° settembre si è staccata dalla parete nord-est del Monviso, scaricando materiale nei dintorni del rifugio Quintino Sella.
«Il crollo del 1° settembre conferma che il Monviso è una montagna geologicamente “viva” e in continua trasformazione», osserva Rodolfo Carosi, presidente della Società geologica italiana. La forte fratturazione degli ammassi rocciosi rappresenta la principale condizione predisponente, ma anche le infiltrazioni d’acqua e il progressivo degrado del permafrost contribuiscono a ridurne la stabilità: il terreno e la roccia che in alta quota rimangono congelati per lunghi periodi.
Il riscaldamento delle alte quote può modificare gli equilibri all’interno delle pareti rocciose. «L’aumento delle temperature in alta quota può infatti ridurre la funzione di “cemento” esercitata dal ghiaccio presente nelle fratture, favorendo la destabilizzazione di porzioni di parete già indebolite», spiega Carosi.










