Il Monviso è la montagna che cerco dal balcone, dal finestrino dell’aereo, sull’autostrada che da Torino conduce a Pinerolo, arco d’accesso alle valli dei miei affetti. Appena vedo quella regina di pietra il mio petto si libera in un sospiro, e mi sento a casa. La scorsa settimana sulla parete Nord-Est c’è stata una scarica di rocce e detriti, documentata in presa diretta da escursionisti ed escursioniste, “di portata inferiore rispetto a crolli precedenti” ha stabilito l’Arpa dopo aver effettuato un sopralluogo. A distanza di pochi giorni un amico mi ha inviato video e foto della nube di polvere, che aleggiava nell’aria e si era depositata ovunque. «Tossisce ancora», mi scrive, aggiungendo che in vetta, a 3.841 metri, era arrivato in maglietta e pantaloncini e non aveva freddo. Ma se il crollo in questione non ha rappresentato un episodio circoscritto, non significa che le condizioni climatiche sul Viso siano nella norma. “Martedì 1 settembre con la Carovana dei Ghiacciai eravamo sotto al Monviso. Ci siamo fermati al Lago Chiaretto, dove sono caduti dei frammenti dell’ormai ex- ghiacciaio del Coolidge superiore. In cima o sui versanti non c’era la minima traccia di neve. Osservando con il binocolo la parete Nord-Est a 3300-3500 metri avevamo già notato qualcosa che luccicava, segni del riscaldamento della parete. Erano placche di ghiaccio che spuntavano dalla roccia e c’era dell’acqua che colava. Poi alla sera, mentre stavamo scendendo, c’è stato il crollo” mi raccontano Marco Giardino – geomorfologo, professore dell’Università di Torino e vicepresidente della FGI (Fondazione Glaciologica Italiana) – e Marta Chiarle – geomorfologa e glaciologa, ricercatrice del CNR Istituto di Geoscienze e referente delle campagne glaciologiche della FGI. Quest’estate le notizie su frane in quota e fusione dei ghiacciai sono state più che mai sotto l’attenzione mediatica, raccontate con precisione e consapevolezza talvolta opinabili. Chi mastica la montagna sa che ci sono zone più o meno soggette ai crolli, non tutti imputabili al cambiamento climatico. «Il canalone del Goûter è una zona sempre soggetta a scariche», sottolineano Giardino e Chiarle, ma il riscaldamento globale in parecchie aree ne intensifica i processi, sia sulla superficie delle montagne che in profondità. “La criosfera, composta da neve, ghiaccio e permafrost, sta subendo impatti fortissimi. Funge da cappotto termico per le montagne e la sua diminuzione o totale assenza influisce sulla roccia. Ultimamente il Monviso è sempre più “pulito”, non ci sono nubi a circondarne la cima, e senza questa sorta di coperta composta da neve e ghiaccio la radiazione solare lo colpisce in maniera continuativa. Ciò comporta un termoclastismo più importante, ovvero il processo di fratturazione controllato dalle variazioni di temperatura che influenza la dilatazione e contrazione delle rocce. Se fa più caldo la roccia frana più facilmente, è per questo che in molti casi agli alpinisti e alle alpiniste si raccomandano le ascensioni nelle prime ore del mattino. In montagna più che l’innalzamento delle temperature massime è grave l’innalzamento delle minime, perché impedisce il rigelo dell’acqua ed è compromessa la stabilità delle rocce. Ma quest’onda termica continua a penetrare nelle rocce intaccando lo strato attivo del permafrost, la fascia più superficiale che fonde in estate e gela in inverno, che man mano va diminuendo. Quindi, c’è più acqua che circola. La roccia si sfalda lungo fratture e discontinuità, che non essendo più permeate dal ghiaccio fanno sì che si sgretoli. L’onda di calore continua a propagarsi per mesi e raggiunge il punto più profondo intorno a novembre. Pare un controsenso ma è per questo che i crolli più importanti avvengono d’inverno, come quello del 26 dicembre 2019 sul Monviso, o il 26 dicembre 2024 sul Monte Rosa”. Viene spontaneo interrogarsi su cosa significhi tutto questo, se le montagne ci stiano per crollare in testa. “I fenomeni di grande portata hanno delle avvisaglie” spiega Marco Giardino, “e noi scienziati e scienziate possiamo tentare di prevederli basandoci su segnali naturali, notizie storiche e tracciando cartografie multitemporali che ci mostrano come cambia il territorio. Osservando tendenze e condizioni sappiamo quali sono le zone più soggette, e registrando le frequentazioni possiamo calcolare dove i sentieri si intersecano con le zone di instabilità”. “In casi come quello del ghiacciaio di Planpincieux sulle Grandes Jorasses” continua Marta Chiarle, “che è ad altissimo rischio di crollo, si utilizzano dei metodi di osservazione e monitoraggio scientifico più mirati e diretti, che permettono di chiudere l’area nei momenti in cui il pericolo si intensifica. Seppur tutti i casi che abbiamo citato o meno appaiano come eventi slegati, dimostrano quanto si stiano verificando dei cambiamenti strutturali nell’arco alpino. Sono un segnale complessivo”. Quindi “Che fare?”, si chiedeva già Mario Merz nel 1968, e io lo domando a mia volta a Marco e Marta. “Non bisogna farsi prendere dal panico, il tempo è poco ma c’è. Durante la crisi petrolifera degli anni Settanta le emissioni di Co2 e gas serra si sono ridotte globalmente e si sono registrati cambiamenti dilazionati nel tempo, che coincidono con l’ultimo periodo di avanzata e stazionarietà dei ghiacciai”. Nelle loro parole c’è una visione proattiva, idee e progetti, consapevolezza e fiducia. Non so quanto sia utile ribadire che se non ci mobilitiamo con azioni concrete, gli effetti che la crisi climatica sta ripercuotendo sulle montagne arriveranno anche nelle valli del nostro salottino occidentale. Proteggere e tutelare le montagne significa prendersi cura del nostro futuro, e della nostra casa.
Mon Viso Mon Amour
Il Monviso è la montagna che cerco dal balcone, dal finestrino dell’aereo, sull’autostrada che da Torino conduce a Pinerolo, arco d’accesso alle valli dei miei affetti. Appena vedo quella regina di pietra il mio petto si libera in un sospiro, e mi sento a casa. La scorsa settimana sulla parete Nord-Est c’è stata una scarica di rocce e detriti, documentata in presa diretta da escursionisti ed escursioniste, “di portata inferiore rispetto a crolli precedenti” ha stabilito l’Arpa dopo aver effettuato un sopralluogo. A distanza di pochi giorni un amico mi ha inviato video e foto della nube di polvere, che aleggiava nell’aria e si era depositata ovunque. «Tossisce ancora», mi scrive, aggiungendo che in vetta, a 3.841 metri, era arrivato in maglietta e pantaloncini e non aveva freddo. Ma se il crollo in questione non ha rappresentato un episodio circoscritto, non significa che le condizioni climatiche sul Viso siano nella norma. “Martedì 1 settembre con la Carovana dei Ghiacciai eravamo sotto al Monviso. Ci siamo fermati al Lago Chiaretto, dove sono caduti dei frammenti dell’ormai ex- ghiacciaio del Coolidge superiore. In cima o sui versanti non c’era la minima traccia di neve. Osservando con il binocolo la parete Nord-Est a 3300-3500 metri avevamo già notato qualcosa che luccicava, segni del riscaldamento della parete. Erano placche di ghiaccio che spuntavano dalla roccia e c’era dell’acqua che colava. Poi alla sera, mentre stavamo scendendo, c’è stato il crollo” mi raccontano Marco Giardino – geomorfologo, professore dell’Università di Torino e vicepresidente della FGI (Fondazione Glaciologica Italiana) – e Marta Chiarle – geomorfologa e glaciologa, ricercatrice del CNR Istituto di Geoscienze e referente delle campagne glaciologiche della FGI. Quest’estate le notizie su frane in quota e fusione dei ghiacciai sono state più che mai sotto l’attenzione mediatica, raccontate con precisione e consapevolezza talvolta opinabili. Chi mastica la montagna sa che ci sono zone più o meno soggette ai crolli, non tutti imputabili al cambiamento climatico. «Il canalone del Goûter è una zona sempre soggetta a scariche», sottolineano Giardino e Chiarle, ma il riscaldamento globale in parecchie aree ne intensifica i processi, sia sulla superficie delle montagne che in profondità. “La criosfera, composta da neve, ghiaccio e permafrost, sta subendo impatti fortissimi. Funge da cappotto termico per le montagne e la sua diminuzione o totale assenza influisce sulla roccia. Ultimamente il Monviso è sempre più “pulito”, non ci sono nubi a circondarne la cima, e senza questa sorta di coperta composta da neve e ghiaccio la radiazione solare lo colpisce in maniera continuativa. Ciò comporta un termoclastismo più importante, ovvero il processo di fratturazione controllato dalle variazioni di temperatura che influenza la dilatazione e contrazione delle rocce. Se fa più caldo la roccia frana più facilmente, è per questo che in molti casi agli alpinisti e alle alpiniste si raccomandano le ascensioni nelle prime ore del mattino. In montagna più che l’innalzamento delle temperature massime è grave l’innalzamento delle minime, perché impedisce il rigelo dell’acqua ed è compromessa la stabilità delle rocce. Ma quest’onda termica continua a penetrare nelle rocce intaccando lo strato attivo del permafrost, la fascia più superficiale che fonde in estate e gela in inverno, che man mano va diminuendo. Quindi, c’è più acqua che circola. La roccia si sfalda lungo fratture e discontinuità, che non essendo più permeate dal ghiaccio fanno sì che si sgretoli. L’onda di calore continua a propagarsi per mesi e raggiunge il punto più profondo intorno a novembre. Pare un controsenso ma è per questo che i crolli più importanti avvengono d’inverno, come quello del 26 dicembre 2019 sul Monviso, o il 26 dicembre 2024 sul Monte Rosa”. Viene spontaneo interrogarsi su cosa significhi tutto questo, se le montagne ci stiano per crollare in testa. “I fenomeni di grande portata hanno delle avvisaglie” spiega Marco Giardino, “e noi scienziati e scienziate possiamo tentare di prevederli basandoci su segnali naturali, notizie storiche e tracciando cartografie multitemporali che ci mostrano come cambia il territorio. Osservando tendenze e condizioni sappiamo quali sono le zone più soggette, e registrando le frequentazioni possiamo calcolare dove i sentieri si intersecano con le zone di instabilità”. “In casi come quello del ghiacciaio di Planpincieux sulle Grandes Jorasses” continua Marta Chiarle, “che è ad altissimo rischio di crollo, si utilizzano dei metodi di osservazione e monitoraggio scientifico più mirati e diretti, che permettono di chiudere l’area nei momenti in cui il pericolo si intensifica. Seppur tutti i casi che abbiamo citato o meno appaiano come eventi slegati, dimostrano quanto si stiano verificando dei cambiamenti strutturali nell’arco alpino. Sono un segnale complessivo”. Quindi “Che fare?”, si chiedeva già Mario Merz nel 1968, e io lo domando a mia volta a Marco e Marta. “Non bisogna farsi prendere dal panico, il tempo è poco ma c’è. Durante la crisi petrolifera degli anni Settanta le emissioni di Co2 e gas serra si sono ridotte globalmente e si sono registrati cambiamenti dilazionati nel tempo, che coincidono con l’ultimo periodo di avanzata e stazionarietà dei ghiacciai”. Nelle loro parole c’è una visione proattiva, idee e progetti, consapevolezza e fiducia. Non so quanto sia utile ribadire che se non ci mobilitiamo con azioni concrete, gli effetti che la crisi climatica sta ripercuotendo sulle montagne arriveranno anche nelle valli del nostro salottino occidentale. Proteggere e tutelare le montagne significa prendersi cura del nostro futuro, e della nostra casa.












