Sul Monviso il permafrost si scioglie – contribuendo a innescare frane come quella avvenuta lo scorso settembre –, mentre il fiume Po, che nasce ai piedi della montagna, per lunghi mesi ha subito un'ingressione marina di quasi 30 chilometri (e ancora oggi ha un terzo della portata in meno). Tutto è collegato: in vetta il ghiacciaio del Coolidge è ormai ridotto a poche placche residue, la parete nord-est continua a essere interessata da crolli e il Grande fiume italiano resta all’asciutto, mentre il Piemonte archivia la stagione estiva più calda della propria serie storica, con temperature superiori di 3,2 °C alla media - uno scarto pari a oltre il doppio rispetto a quanto sta accadendo a livello globale.

È il quadro tracciato oggi dalla Carovana dei ghiacciai di Legambiente durante la sua ultima tappa piemontese sul Monviso, la vetta più alta delle Alpi Cozie con i suoi 3.841 metri. Accompagnati dagli esperti di Arpa Piemonte e dai guardiaparco dell’Ente di gestione delle aree protette del Monviso, i partecipanti hanno raggiunto la montagna la mattina del 1° settembre, poche ore prima che una nuova frana si staccasse dalla parete nord-est.

Il crollo non rappresenta un episodio isolato: la parete, formata da rocce molto fratturate e caratterizzata da circa 1.200 metri di dislivello, è stata interessata da diversi distacchi negli ultimi 36 anni. Nella notte del 6 luglio 1989 il crollo del ghiacciaio Coolidge superiore trascinò a valle circa 200mila metri cubi di ghiaccio, rocce e detriti. Il 26 dicembre 2019, dalla sommità del Torrione del Sucai, a circa 3.200 metri di quota, precipitarono invece tra 60mila e 80mila metri cubi di roccia, compresi massi con volumi tra 200 e 500 metri cubi. Eventi che negli anni hanno imposto chiusure temporanee del sentiero diretto al rifugio Quintino Sella.