È noto che il dibattito sulle regole del voto in Italia soffre da decenni di un grave equivoco concettuale: l’aver elevato la "governabilità" da mero obiettivo funzionale a valore democratico in sé, tanto da denominare oggi la proposta di modifica della maggioranza di destra “stabilicum”. Ed è altresì noto che non esiste un solo passaggio nella Carta fondamentale, né nella teoria democratica classica, in cui l'efficienza decisionale sia considerata prioritaria rispetto alla rappresentatività. L’Articolo 1 della Costituzione radica la democrazia nella sovranità popolare, non nella tempistica di approvazione delle norme. Se la stabilità matematica dei numeri parlamentari diventa un idolo, il sistema scivola verso una pericolosa involuzione maggioritaria.

È dunque nella cornice di uno specchio notoriamente deformante che si inserisce oggi il dibattito sul doppio turno. Premetto che, come ha osservato Ferruccio De Bortoli, l’introduzione di un ballottaggio non costituisce di per sé uno "scandalo", ma il problema non risiede nella sua legittimità astratta, bensì nella grave distorsione gerarchica dei valori che esso produce.

Costringere il corpo elettorale a una scelta binaria al secondo turno significa operare una brutale amputazione del pluralismo politico, violando il principio del necessario grado di “rispecchiamento” del Paese nelle assemblee (corte costituzionale, sent. 1/2014). Una forza politica ampiamente minoritaria nel Paese (attestata magari al 20-25% al primo turno (consenso reale) può ottenere, artificiosamente, il 55% dei seggi.