Con quale criterio si deve valutare la bontà di una legge elettorale? Certamente non quello del potere che conferisce ai dirigenti dei partiti. La mia proposta, che emerge dalla conoscenza dell’imponente letteratura scientifica e politica in materia, è che il criterio dominante deve essere la quantità di potere che quella legge attribuisce agli elettori. Il commento di Gianfranco Pasquino, socio dell’Accademia dei Lincei, professore emerito di Scienza politica, UniBo. In libreria con “Il bello della politica” (il Mulino 2026)
Tutte le più o meno affannate e improvvisate proposte di cambiamenti al testo di riforma elettorale primo firmatario il deputato Galeazzo Bignami (FdI) sono destinate a essere molto criticabili e, in buona sostanza, a fallire. Il motivo principale del fallimento annunciabile è che il ddl Bignami (cioé Meloni) persegue un obiettivo sbagliato, non conseguibile, pericoloso: l’elezione popolare diretta del governo. In tutte le democrazie parlamentari, l’Italia è tale, le leggi elettorali danno vita al Parlamento. Contati i seggi, dal Parlamento nasce il governo che verrà sostenuto dalla maggioranza, potrà essere cambiato e sostituito, persino sfiduciato e sconfitto. Invece, la soluzione consistente nel premio di maggioranza per i governanti è stracolma di problemi: il numero dei seggi da attribuire alla coalizione vittoriosa, la percentuale con la quale vincere, l’eventuale ballottaggio fra le due coalizioni più votate, chi saranno i miracolati nel listino vincente.







