Partita complessa quella che si sta giocando sulla legge elettorale, che riconnette propensioni antiche della nostra politica con esigenze contingenti. Sul fondo delle cose, essa è differente da come viene presentata sia dai suoi promotori che dai suoi critici, alla ricerca di qualche slogan di facile consumo e ancor più semplice ricezione da parte dell’opinione pubblica.
Partiamo dalle propensioni antiche. È convinzione sedimentata che con una riforma del sistema elettorale si possa cambiare l’assetto delle istituzioni o, addirittura, il corso della vicenda politica. Invece, non è così. Il sistema elettorale è parte integrante di un più generale equilibrio istituzionale, alcuni sostengono che ne è l’architrave. È importante, ma non è tutto. Affinché un sistema funzioni vi dev’essere coerenza tra i suoi elementi e, per questo, cambiarne un solo non basta. Spesso porta disarmonia e incide in modo maldestro sul sistema di bilanciamenti.
Questa «regola» deve interagire con quelle che abbiamo definito «esigenze contingenti». Il sistema elettorale attualmente in vigore - al secolo Rosatellum - fu introdotto di fretta e furia in un momento particolare della nostra storia politica. Quando cioè, divenne chiaro che il bipolarismo, egemone dal 1994, si era rotto. Non fu pensato per dar vita a governi stabili. In esso, inoltre, la previsione dei collegi uninominali è poco più di una fictioistituzionale. All’elettore, infatti, non è dato preferire un candidato appartenente ad altro schieramento rispetto a quello da lui scelto nel comparto proporzionale: se il voto è andato al partito x, non si può votare per il candidato uninominale dello schieramento y, anche se ritenuto il migliore tra quelli in competizione. Il voto espresso nella parte proporzionale (largamente prevalente) trascina in modo automatico e obbligatorio quello nel comparto uninominale.















