Gli aspetti tecnici della riforma elettorale sono un tema ancora più respingente dell’idea in sé di cambiare il modello con cui si andrà a votare. Ci sono paesi, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, in cui la regola è la stessa da circa duecento anni e nessuno pensa di modificarla. La Francia ha il sistema a doppio turno introdotto da De Gaulle con la Quinta Repubblica e solo Mitterrand provò a modificarlo, pentendosene subito dopo. La Germania ha un meccanismo un po’ complicato ma ben funzionante (fondato sulla famosa “sfiducia costruttiva”), che ha assecondato la riunificazione nazionale e che, a quanto pare, soddisfa quasi tutti.

Poi c’è l’Italia. Da noi la riforma elettorale è quasi un genere letterario. Dopo aver costruito la Prima Repubblica intorno a un modello proporzionale pressoché integrale e inamovibile, è cominciata una danza senza freni che non si è ancora esaurita. Abbiamo avuto gli anni in cui la virtù civile sembrava coincidere con il maggioritario (inglese o francese, a seconda delle fazioni), in seguito si è cercato l’equilibrio in uno schema ibrido. Il migliore fu chiamato Mattarellum da Giovanni Sartori, illuminato scienziato della politica e come tale mai ascoltato dai partiti. Il nome derivava dall’attuale presidente della Repubblica, che fu il principale architetto di quella legge. Per un momento sembrò che la rincorsa fosse finita, ma era un abbaglio. Come i gialli di Agatha Christie, scritti in serie, anche le leggi elettorali si susseguono con l’unico limite della fantasia dei legislatori, che però è quasi infinita.