L’anno prossimo andremo a votare e, nonostante l’ausilio delle scienze demoscopiche, nessuno parte con la vittoria in tasca. A questo punto, visto pure che vengono cancellati i collegi uninominali, risorsa per le coalizioni, e che la proposta della destra prevede che se nessuno raggiunge il 42% si va col sistema proporzionale, perché non andarci da subito? La rubrica di Pino Pisicchio

Martedì due giugno saranno passati ottant’anni dall’avvento della Repubblica, l’unica e sola, e dell’Assemblea Costituente. Anche i nostri Padri (e nonni) dovettero misurarsi con la legge elettorale che oggi così tanto sembra appassionare i posteri, al punto da cambiarne una ad ogni nuovo governo, o quasi. Le regole per il voto dell’Assemblea le fece la Consulta Nazionale, una specie di parlamento consultivo, nominato nel 1945 dal governo su indicazione dei partiti antifascisti e dell’associazionismo più rilevante per coadiuvare l’esecutivo su tematiche centrali, come bilancio, trattati internazionali e, appunto, legge elettorale.

I consultori agirono con il sano “velo dell’ignoranza” su come sarebbe andata a finire, visto che non si era mai votato col suffragio universale, da vent’anni c’era desuetudine alla libertà e i sondaggi demoscopici non si usavano ancora. Insomma: non si sapeva come sarebbe andata a finire, per cui si scelse lo strumento elettorale più pulito e democratico che esista, il proporzionale con voto di preferenza, per consentire che i nuovi elettori potessero scegliere non solo la lista (e dunque il partito) più vicino alle loro idee, ma anche le persone più idonee a rappresentarle nelle aule parlamentari. Il governo sarebbe andato così alla maggioranza parlamentare scaturita dalle urne.