Giovedì 16 luglio la Camera ha approvato in prima lettura, con 217 sì e 152 no a scrutinio segreto (favorevole il solo centrodestra, contrari centrosinistra e Futuro nazionale), la riforma elettorale già ribattezzata «Stabilicum»: un proporzionale corretto da un «premio di governabilità» - 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, fino a un tetto di 220 deputati e 113 senatori - per la coalizione che ottenga almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere; se nessuno raggiunge la soglia, o se i due rami danno esiti divergenti, si torna al proporzionale puro. Liste bloccate nei collegi plurinominali, premio distribuito in listini circoscrizionali, indicazione del candidato premier sulla scheda.

Archiviato il «Rosatellum», la parola passa ora al Senato, dove probabili modifiche imporrebbero un ritorno a Montecitorio. Dall'esame in Aula è uscito il voto ai fuorisede; è caduto invece, per un solo voto di scarto (188 a 187), l'emendamento FdI, Noi moderati e Udc che avrebbe restituito agli italiani le preferenze dopo più di vent'anni di liste bloccate. Sotto la cronaca restano così due questioni irrisolte che non appartengono alla tattica, ma alla Costituzione. Chi scrive ammette di preferire i collegi uninominali, dove il rapporto eletto-elettore è diretto e verificabile ma l'idea di procedere con un aggiustamento del «Mattarellum», utilizzato per le elezioni 1994, 1996 e 2001, è stata da tempo messa da parte. Lo «Stabilicum» va anzi nella direzione opposta: abolisce anche i collegi uninominali che nel «Rosatellum» assegnano circa un terzo dei seggi. D'altronde la Costituzione non impone un sistema: esige che all'elettore resti un margine effettivo di scelta. Lo ha scolpito la Corte costituzionale con la sentenza n. 1 del 2014 sul «Porcellum», censurando le liste bloccate lunghe per l'alterazione del rapporto di rappresentanza garantito dagli articoli 48 e 67 della Costituzione, ribadito dalla sentenza n. 35 del 2017: il voto dev'essere libero e personale non solo quando si esprime, ma negli effetti che produce. Un elettore chiamato a ratificare scelte confezionate altrove non vota: vidima.