Trent’anni di riforme raccontano la stessa identica illusione: cambiare le regole per restare al potere. Ma l’ingegneria non può essere il surrogato della politica.
Ci risiamo, è tornata la febbre della legge elettorale, cioè del tentativo spesso riuscito di cambiare le regole in corsa nella speranza di vincere e restare a Palazzo Chigi.
Tante modifiche, ma l’obiettivo della stabilità ancora non è stato raggiunto
Dopo 47 anni con lo stesso sistema (proporzionale puro, la cosiddetta legge truffa visse un anno e non fu mai usata) che ha garantito altrettanti anni di governo alla Dc, se passasse la riforma Meloni con il curioso nome di Stabilicum, dalla nascita della Seconda Repubblica a oggi sarebbe la quinta volta in 30 anni che si procede a una modifica, senza aver sempre centrato l’obiettivo sbandierato ogni volta: dare stabilità al Paese. Stabilità che, quando si è avuta – come negli ultimi tre anni e mezzo – è stata piuttosto frutto di una buona campagna elettorale e di scelte politiche ben precise, che siano poi più o meno condivise lo decideranno gli elettori al prossimo giro. Ma l’arte di cavillare sulla legge elettorale, nella speranza di moltiplicare i voti come fossero pani e pesci, finora ha piuttosto portato (insieme a una offerta politica con sempre maggiori lacune strutturali) a un calo dell’affluenza che dovrebbe, quella sì, preoccupare la politica tutta.















