C’è ancora tempo per cambiare passo sulla legge elettorale. Che nessuno sia affezionato alle norme attuali non è un mistero. Per altro, hanno funzionato, nel senso della stabilità del sistema, solo perché nel 2022 il centrosinistra si è presentato diviso. Ma le nuove regole balbettano, anche per le divisioni all’interno della maggioranza, e il rischio che non se ne faccia nulla è concreto, come è concreta la possibilità di andare a sbattere contro le osservazioni della Corte costituzionale.Certo, come si dice con gergo bossiano, è sempre possibile che il centrodestra trovi la quadra, e approvi in solitudine la nuova legge. Sarebbe probabilmente la strada più comoda per tutti i leader. Il campo largo potrebbe dire che si tenta un golpe istituzionale, che Giorgia Meloni vuole i pieni poteri e che vuol fare un solo boccone della presidenza della Repubblica. La maggioranza potrebbe sostenere che la sinistra vuole sottrarre al popolo il potere di decidere, per puntare al pareggio e arrivare al governo con gli intrighi di Palazzo. I due poli sarebbero maestri in quello che sanno fare meglio: un’interminabile campagna elettorale.
Non c’è dubbio quindi che, a proporre un altro percorso, si rischi di fare la figura degli ingenui e degli sprovveduti. Ma è proprio impossibile provare a condividere le regole del confronto democratico, cercando di dare al Paese una legge elettorale solida e destinata a durare nel tempo?Non si tratterebbe di ricominciare da zero. La base proporzionale sembra essere sostanzialmente condivisa. Una testa, un voto, e una rappresentanza che ne consegua. È un sistema ragionevole, ma di per sé insufficiente. Non mette al riparo dai rischi un pareggio sostanziale, o di una vittoria di misura, che esporrebbe il governo ai ricatti di manipoli corsari, o addirittura agli umori di un singolo deputato e senatore. È già successo.








