Il governo agisce come se avesse dalla sua parte la grande maggioranza degli italiani e si facesse promotore di un cambiamento destinale dell’Italia. In realtà il suo consenso non supera la metà dei votanti che, peraltro, sono ridotti alla quasi metà degli elettori. Non ha una prospettiva economica o sociale progettuale e cerca di uscire dalla sua crisi di legittimità (l’assenza di idee chiare sugli interessi reali dei cittadini) con una politica di galleggiamento, cercando di ottenere consenso con colpi di comunicazione ad effetto. La sua cultura di riserva nei confronti delle istituzioni democratiche (cementata dal legame nostalgico con una visione autoritaria della vita che è diventato la sua ragione di vita nel presente) non poteva che entrare in contraddizione con la complessità del mondo attuale e, inevitabilmente, con un’azione governativa dettata dal buon senso.

Più si sente spaesato, più si aggrappa ai canoni normativi, sostituendo con le regole la comprensione dei problemi del paese e di sé stesso. È allergico al pensiero critico, perciò vorrebbe far sparire dalle scuole la filosofia, e affronta i “diversi” (i migranti, le minoranze sessuali, culturali e religiose, gli adolescenti) con un piglio repressivo confuso e demagogico. Ha dalla sua parte l’effetto psicologico della crisi globale degli scambi e della disgregazione dei legami solidali affettivi, lavorativi e sociali: l’aumento della diffidenza e dell’ostilità nei confronti degli altri e la domanda di controllo aggressivo della vita sociale. È favorito, inoltre, dalla palese difficoltà dell’opposizione di reagire allo smantellamento delle regole democratiche e civili con l’affermazione di valori radicati nella vita reale.