Il dibattito politico italiano, mi correggo il dibattito del potere che rappresenta il sistema politico italiano, è sempre più asfittico, deprimente, respingente e completamente autoreferenziale. Tutto incentrato sugli equilibri tra i partiti o loro costole create ad hoc per dare la solita suggestione elettorale dell’apertura alla società civile. I partiti in realtà non vogliono reali aperture. Eppure l’esito referendario di marzo su giustizia e magistratura avrebbe potuto indicare la rotta, se ci fossero però comandanti con la volontà di raggiungere mete altre rispetto a quelle già sufficientemente visitate.
Con le leggi elettorali degli ultimi anni, la riduzione scellerata del ruolo del Parlamento e la partitocrazia mai scomparsa, si è prodotto l’allontanamento della gente dalla politica, ma è anche sorto un bel protagonismo politico che vive oltre e nonostante tutta questa palude politica ed istituzionale. Mi riferisco alla lotta crescente per la difesa e l’attuazione della Costituzione, le mobilitazioni per la Palestina e contro le guerre, i movimenti per la difesa dell’ambiente contro i cambiamenti climatici e le sfide per i diritti civili e sociali. Protagonisti di questo modo diverso di fare politica sono soprattutto i giovani, le reti civiche, i movimenti e la politica dal basso in varie sue articolazioni.







