Odio l’estate, come diceva Bruno Martino. Odio l’estate che rende le città e le persone così spietate e feroci. Che incrementa invece che smorzare la frenesia del resto dell’anno. Odio l’estate che enfatizza le differenze sociali ed economiche rendendo chi è solo ancora più solo, chi è fragile ancora più fragile, chi è triste ancora più triste. C’è un divario tra l’estate immaginata e quella reale che di anno in anno appare più incolmabile. La mia estate immaginata prevede lunghe giornate luminose piene di aria, fronde che si muovono al fresco vento del mattino, lunghe passeggiate quiete e pause post-prandiali annegate nella pacifica mollezza e nel languore. E poi mi figuro fritture chiare di pescato locale, angurie succose e dolci, pasta fredda di verdure stagionali croccanti e sapide e calici appannati di vini tenuti in fresco ad agevolare chiacchiere leggere. E il sottofondo confortante di musica estiva d’antan: Sapore di sale, Azzurro, Il mondo…

Ma la trave nel piatto è che questa estate immaginata esiste solo nel mio cervello. L’estate che vivo, ormai da tempo, insieme credo a migliaia di persone, è un’estate arida invasa dalla smania lavorativa che non accenna a rallentare. È un’estate di aria ferma nella quale il sole ferisce invece di confortare. È un’estate in cui il dolce languire è sostituito dalla spossatezza esistenziale; in cui il corpo si arrende all’arsura e si riscopre fratello di terra, alberi, erba e animali disperati nell’assoluto bisogno di ombra e acqua. È un’estate in cui a tavola dovremmo dimenticare il pescato locale, perché già tra marzo e aprile scorsi abbiamo superato il limite di sostenibilità – il Fish Dependence Day – per il Mediterraneo. Un’estate nella quale le verdure e la frutta sono costosissime, le cui rese sono calate anche del 70%, nella quale le verdure a foglia risultano amare e le cucurbitacee fibrose per via del calore atroce. E allora le conversazioni invece che di chiacchiericcio lieve sono fatte di sospiri, lamenti, preoccupazioni per il futuro. E ci rintrona il pervasivo reggaeton. In questa estate vissuta con fatica la televisione scandaglia fatti di cronaca nera, indaga minuzie frivole e allarma gli spettatori, senza mai approfondire quello che le persone “normali” vivono nel loro quotidiano rovente e spietato. Spietato il quotidiano estivo degli anziani soli: afflitti da pensioni che non consentono una vita salubre, anziani che non possono andare a cercare il fresco in montagna, che non possono permettersi l’aria condizionata. Anziani soli che non possono nemmeno fare economie domestiche collettive, come accadeva un tempo – e come accade nell’estate immaginata – quando ci si ritrovava per fare conserve, marmellate, sottoli con le eccedenze stagionali da consumare nei mesi invernali come scorte di vitamine e sali minerali estivi.