L’estate, specie nei suoi giorni più caldi, si può riassumere in due parole: la prima è “fa” e la seconda “schifo”. Per chi vorrebbe portare il loden anche a Ferragosto, l’idea di fare parte di un’umanità sudata, appiccicaticcia e malvestita perché svestita è raccapricciante (ma, purtroppo, non rinfrescante). E tuttavia, bisogna pensare positivo, secondo la lezione del nostro filosofo di riferimento, Jovanotti: anche quest’inferno di afa ha dei meriti. Almeno dieci.

Uno. Con tutti questi condizionatori, ci sono dei continui blackout. E quindi si vive praticamente a lume di candela. L’altra sera a Milano una cena assai chic si è improvvisamente trasformata in una seduta spiritica. All’antipasto eravamo a “Downtown Abbey” e al dessert a “Bridgerton”.

Due. Tornano i servizi dei tiggì per dirci di non uscire nelle ore più calde, bere molta acqua e mangiare leggero, davvero indispensabili perché in effetti con 42 gradi percepiti tutti non vedono l’ora di spazzolare un bel brasato con la polenta (a pranzo; a cena, fritto misto e peperonata). Però sono come il dibattito sul campo largo: sempre uguali, perfettamente inutili, quindi rassicuranti.

Caldo africano

Tre. Nasce una nuova solidarietà europea. Le formiche nordiche soffrono come noi cicale mediterranee: ieri a Monaco di Baviera c’erano 32 gradi e a Parigi 36. Sudore comune mezzo gaudio, l’afa affratella la Ue (Unione estenuata).