Se la legge elettorale dovesse arenarsi nelle secche del Parlamento, il Pd eviterebbe il trappolone delle primarie, scongiurando il rischio di finire subalterno a Conte e, al tempo stesso, blindando gli assetti interni. Una partita a scacchi giocata sottotraccia, nella quale il futuro del centrosinistra si regge sulla fragile speranza che, paradossalmente, a stoppare le riforme siano proprio gli alleati del governo Meloni. L’analisi di Salvatore Di Bartolo
Mentre si discute di alleanze, candidature e futuro della coalizione progressista, una parte del Partito democratico, in primo luogo, la minoranza riformista guidata da Lorenzo Guerini, coltiva una speranza ben precisa: che le primarie per la leadership e la scelta del candidato premier non si facciano mai. Del resto, di fronte a chi spinge sull’acceleratore delle primarie, lo stesso Guerini avrebbe tagliato corto con i suoi con una battuta rivelatrice: “Ma chi l’ha detto che passa questa legge elettorale?”
Il timore che attraversa i dem non è soltanto di natura procedurale, ma esistenziale. Da un lato, c’è la consapevolezza che una consultazione aperta, in assenza di una figura interna dotata di un carisma indiscutibile, finirebbe per trasformarsi in un logoramento devastante per il partito e per l’intera coalizione. Dall’altro, lo spettro politico che più preoccupa i riformisti è la figura di Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle continua a riscuotere consensi trasversali, intercettando anche una fetta non trascurabile dell’elettorato dem. L’ipotesi che Conte possa vincere le primarie, imponendosi politicamente sul partito di Elly Schlein e portandolo sotto una leadership esterna e populista, viene vissuta dalla componente riformista come un rischio inaccettabile.













