Subito la vittoria del NO al referendum sulla giustizia del 22 e del 23 marzo, in un clima di grande entusiasmo, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein indicò due chiare priorità per consolidare quel momento favorevole in vista delle elezioni politiche del 2027: definire chiaramente la composizione della coalizione progressista, che fosse la più larga possibile e che fosse risoluta nell’indicare un programma minimo di governo; e soprattutto, stabilire chi fosse il leader dell’alleanza. «A destra è chiaro che comanda Giorgia Meloni; di qua, quando chiediamo un voto, non si capisce bene per chi lo stiamo chiedendo», disse in quei giorni Schlein ai suoi parlamentari più fidati.

Dal 23 marzo sono passati oltre cinque mesi, ma quegli obiettivi restano ancora lontani dall’essere conseguiti. Il centrosinistra è anzi inviluppato in dibattiti piuttosto ombelicali, e per lo più astrusi per la gran parte degli elettori, su chi debba far parte del cosiddetto campo largo e chi no, su quali debbano essere le priorità del programma – patrimoniale sì o no? sostegno militare all’Ucraina, sì o no? – e, soprattutto, su chi debba essere il leader della coalizione, cioè il candidato o la candidata presidente del Consiglio alle prossime elezioni.