Due problemi opposti, entrambi pesanti, ronzano nella testa di molti dirigenti del Partito democratico. Il primo: se Elly Schlein vince le primarie, il Movimento 5 stelle, a seguito della sconfitta di Giuseppe Conte, potrebbe andare al dieci per cento o addirittura sotto e allora addio al quarantadue per cento necessario per prendere il premio di maggioranza. Il secondo: se Conte vince, il Partito democratico, in forme imprevedibili, implode o come minimo almeno salta la poltrona dell’attuale segretaria. In entrambi i casi, un dramma.
Non se ne esce. Perché è inutile che il Nazareno continui a prospettare la soluzione per cui chi ha più voti esprime il presidente del Consiglio: l’avvocato da tempo ha detto di no. E allora sta ripartendo la giostra del terzo nome. Che poi sono Silvia Salis, prescelta da un pezzo di Pd, e Gaetano Manfredi, ben visto da Conte e Goffredo Bettini. Roberto Gualtieri – che politicamente sarebbe il più attrezzato – al momento non ci pensa, essendo tutto concentrato sulla riconferma a Roma.
A questo punto il problema è soprattutto uno, e si chiama Schlein. A parte il vincolo dello statuto del Pd che impone il nome del segretario come candidato presidente del Consiglio, lei si fa forte del fatto di aver rimesso in piedi il partito riportandolo oltre il venti per cento. Ha costruito tutta la sua narrazione sullo schema donna contro donna: Elly Schlein contro Giorgia Meloni. Una presidente del Consiglio che la numero uno del Pd vede in grossa difficoltà, tra Roberto Vannacci, Matteo Salvini, la benzina, l’incertezza internazionale. E dopo tutto questo lavoro si dovrebbe fare da parte in favore di un/a sindaco/a con nessuna esperienza nazionale?












