La triste storia delle primarie del cosiddetto campo largo è facilmente (e altresì tristemente) riassumibile in poche righe. Il Partito democratico è il partito più votato del centrosinistra, la sua segretaria è Elly Schlein. In un sistema politico (vagamente) comprensibile, dunque, Schlein sarebbe la candidata naturale alla guida della coalizione. Fine. Non occorrerebbero gazebo, comitati, appelli alla partecipazione, code domenicali e persone incaricate di controllare documenti dentro palestre comunali con l’illuminazione da obitorio.

E invece si invocano le primarie, naturalmente “aperte a tutti”. Aperti a tutti “chi”? Agli elettori del centrosinistra, si presume. Ma anche a quelli di destra? Agli avversari? A chi quel centrosinistra non lo voterà mai, però quella domenica non ha programmi e per due euro decide volentieri chi dovrà guidarlo? A quel punto tanto vale sistemare il gazebo all’uscita di un centro commerciale e regalare un voto con ogni friggitrice ad aria.

Rimane poi una questione quasi imbarazzante nella sua semplicità: se il partito che raccoglie più voti non può esprimere il leader della coalizione, perché dovrebbe impegnarsi a raccoglierli? Il Pd arriva primo, ma poi deve rimettere in palio la leadership per non disturbare gli alleati arrivati dietro. È un po’ come vincere il campionato e sentirsi dire che, per spirito unitario, lo scudetto sarà assegnato ai rigori.