Ci sono film che chiedono allo spettatore di andare avanti e altri che, quasi impercettibilmente, gli suggeriscono di tornare indietro. Non necessariamente verso un luogo preciso, e neppure verso un tempo che abbia davvero vissuto. A volte bastano una casa rimasta chiusa troppo a lungo, un diario dimenticato, una voce appartenuta a qualcun altro per accorgersi che il passato non è sempre ciò che ci siamo lasciati alle spalle. Può essere qualcosa che ci aspetta. La ragazza delle gardenie, cortometraggio diretto da Christian Olcese, sembra nascere proprio dentro questa contraddizione. Alessandra è una donna immersa nella velocità del presente che torna nel paese d’origine per vendere la vecchia casa di famiglia. Tra quelle stanze trova però il diario di Rosa, una prozia poetessa vissuta all’inizio del Novecento, e attraverso le sue parole entra in contatto con una storia d’amore lontana e, soprattutto, con una maniera diversa di abitare il tempo. Il presente comincia così a guardarsi nello specchio del passato. E ciò che avrebbe dovuto essere venduto, liquidato, lasciato definitivamente alle spalle assume un significato nuovo. È forse questo l’aspetto più interessante del cortometraggio: la memoria non viene trattata semplicemente come nostalgia, ma come possibilità di conoscenza. Christian Olcese costruisce il racconto sulla frizione tra due tempi: da una parte la frenesia contemporanea, dall’altra l’attesa, il silenzio, la campagna, la poesia. Una ricerca di lentezza che finisce per raccontare qualcosa anche del suo autore. Genovese, classe 1995, Christian Olcese arriva alla fiction dopo alcune esperienze nel documentario e con La ragazza delle gardenie affronta un passaggio importante del proprio percorso. Lo fa affidandosi a interpreti come Marta Gastini, Francesco Patanè e Steve Della Casa, ma soprattutto mettendo alla prova un’idea di cinema fondata sull’ascolto: dei luoghi, degli attori, del tempo necessario perché un’emozione possa manifestarsi senza essere forzata. Parlando in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie con Christian Olcese, però, ci si accorge presto che dietro questa ricerca di quiete esiste una personalità molto meno pacificata di quanto le immagini possano suggerire. Christian Olcese parla di ambizione e subito dopo di paura. Di determinazione e insicurezza. Rivendica la necessità di sbagliare, diffida di tutto ciò che rischia di trasformare un autore nella copia dei propri maestri e considera il cinema un mestiere prima ancora che una consacrazione. È attratto dalla malinconia, persino dalla nostalgia per epoche che non ha vissuto, ma continua a cercare nelle storie una forma di speranza. Forse è proprio questa contraddizione a renderlo interessante oggi, mentre il suo percorso è ancora in costruzione. Perché le risposte non hanno ancora avuto il tempo di trasformarsi in certezze. Ci sono il dubbio, l’ambizione, la paura di sbagliare e, contemporaneamente, la convinzione che sbagliare sia indispensabile. C’è un’idea romantica del cinema che deve confrontarsi ogni giorno con la concretezza di un mestiere. E forse c’è anche qualcosa di La ragazza delle gardenie nel suo autore: la sensazione che, per capire dove si vuole andare, qualche volta sia necessario fermarsi abbastanza a lungo da ascoltare ciò che ci siamo lasciati alle spalle.
Christian Olcese, l’intervista al regista: “Cerco l’uomo, con le sue paure e contraddizioni”
Con La ragazza delle gardenie, Christian Olcese racconta il suo cinema tra ambizione, malinconia, errori, ascolto e bisogno di restare umano








