Ci sono film che raccontano una storia e film che, invece, sembrano nascere da una ferita. Non necessariamente una ferita spettacolare o visibile, ma qualcosa di più silenzioso: una crepa interiore, una domanda irrisolta, una mancanza che continua a cercare una forma attraverso cui esprimersi. Il protagonista, opera prima di Fabrizio Benvenuto, appartiene a questa seconda categoria. In superficie racconta la vicenda di Giancarlo Mangiapane, un attore trentenne che vive a Roma e che, incapace di trovare il ruolo che sogna, finisce per trasformare la propria esistenza in una recita continua. Interpreta personaggi nella vita quotidiana, inventa identità, attraversa i confini tra realtà e finzione fino a smarrire progressivamente il punto in cui termina l’una e comincia l’altra. Ma fermarsi alla trama significherebbe probabilmente tradire la natura stessa del film. Perché Il protagonista non parla soltanto di un attore. Parla di tutti coloro che inseguono qualcosa che sembra continuamente sfuggire. Parla di chi vive sospeso tra ciò che è e ciò che vorrebbe diventare. Parla della distanza dolorosa che esiste tra il desiderio e la realtà. E soprattutto parla di quel meccanismo contemporaneo, spesso invisibile ma feroce, che sembra misurare il valore di una persona esclusivamente attraverso il successo, il riconoscimento e la realizzazione pubblica. Guardando il film si ha la sensazione di trovarsi davanti a un’opera che non cerca mai di impartire lezioni o formulare accuse. Fabrizio Benvenuto osserva. Espone. Mette in scena. Lascia che siano i personaggi, i loro corpi stanchi, le loro ossessioni, le loro fragilità a raccontare una condizione esistenziale che va ben oltre il mondo dello spettacolo. È forse questo il motivo per cui il film riesce a toccare corde così profonde. Dietro la storia di un attore che non riesce a trovare il proprio posto si nasconde una riflessione più ampia sulla costruzione dell’identità. Quanto di ciò che mostriamo agli altri coincide davvero con ciò che siamo? Quanto della nostra vita è autentico e quanto, invece, è una forma di interpretazione? E cosa accade quando la ricerca di uno sguardo esterno diventa più importante della capacità di guardarsi dentro? Il bianco e nero scelto da Fabrizio Benvenuto non appare come un semplice vezzo estetico o una citazione cinefila. Sembra piuttosto la forma visiva di una frattura interiore. Un territorio sospeso in cui convivono sogno e realtà, desiderio e disillusione, ambizione e paura. Un luogo mentale prima ancora che cinematografico. Eppure, dentro questa malinconia, il film conserva qualcosa di profondamente umano e persino tenero. Non c’è mai giudizio nei confronti dei suoi personaggi. C’è comprensione. C’è il tentativo di accogliere la loro fragilità. Come se il regista avesse deciso di guardare i propri fallimenti, le proprie insicurezze e le proprie ossessioni con uno sguardo finalmente meno severo. Forse è proprio qui che risiede il cuore più autentico dell’opera. Perché Il protagonista sembra nascere da una domanda che riguarda chiunque abbia inseguito un sogno abbastanza a lungo da conoscerne non soltanto l’entusiasmo, ma anche la fatica, la solitudine e il senso di smarrimento. È un film che parla della fame di essere visti, ma anche della paura di non esserlo mai. Della necessità di esprimersi e, allo stesso tempo, del rischio di perdersi dentro quella stessa necessità. In questa intervista esclusiva a Fabrizio Benvenuto per Virgilio Notizie non parleremo soltanto di cinema. Parleremo di identità, desiderio, vocazione, paura, famiglia, sacrificio e immaginazione. Parleremo del confine sottile tra l’artista e la persona. Di ciò che accade quando un sogno smette di essere un’idea romantica e diventa una responsabilità quotidiana. E proveremo a capire se, dietro la storia di Giancarlo, non si nasconda in realtà qualcosa che riguarda tutti noi: il bisogno ostinato di trovare un posto nel mondo senza smettere di essere noi stessi.